Chi mi conosce sa della mia attenzione per la cultura russa e, soprattutto, per il cinema sovietico. Con questo articolo inauguro uno “speciale” che andrà a indagare il mio vissuto in Russia, che chiamerò “Elegia russa”, nella quale racchiuderò gli scritti che avranno come focus principale il cinema e il video in questa straordinaria terra — anche se ciascuno di essi afferirà di volta in volta a una rubrica specifica.
Vivere qui mi porta a ragionare inevitabilmente sul senso di tale esperienza, soprattutto quella legata al Cinema e alla sua influenza, che negli anni mi ha donato molteplici visioni, oltre a formarmi sul senso del tempo e sull’estetica applicata all’arte. Trovarsi qui, vivere gli stessi luoghi che hanno caratterizzato quella narratologia, ha un effetto differente e speciale. Nondimeno, questi articoli non saranno semplici digressioni personali, ma avranno un apparato critico e/o analitico rispetto al contesto e alla quotidianità.
Cercherò di mettere ordine nei miei pensieri, oltre che nelle emozioni provate davanti a un luogo che (per il sottoscritto) è paragonabile alla visione spirituale di Lourdes per un fedele: la casa in cui visse Sergej M. Ėjzenštejn. Ma, soprattutto, il modo in cui l’ho scoperta è ancora più affascinante delle sensazioni stesse.
Camminavamo per le vie di Mosca, accanto a un laghetto di sublime bellezza, quando da un pub vicino una ragazza ha iniziato a cantare Kogda tvoya devushka bol’na (1991) la famosa canzone russa della band Kino (letteralmente “Cinema”). Ad un certo punto, la mia compagna si ferma, si gira verso di me e dice: «Guarda», mostrandomi un’effigie posizionata sulla facciata di un palazzo: «qui ha vissuto Ėjzenštejn».
In quel momento, assolutamente casuale proprio perché non stavo cercando nulla se non fare una semplice passeggiata, il mio cuore è esploso di emozioni. Non riuscivo a capacitarmi del fatto che mi trovassi davanti alla storia e nessuno — a parte me — sembrava farci caso. Per lei è stato così spontaneo parlarmene, come se stessimo guardando una qualunque casa moscovita. Non capivo se fosse tutto uno scherzo, fino a quando la canzone dei Kino è finita e mi sono finalmente avvicinato per leggere e tradurre l’effigie: “In questa casa dal 1920 al 1934 ha vissuto e lavorato il regista sovietico Sergej M. Ėjzenštejn”.
Del resto, le cose inaspettate sono sempre le più affascinanti!
Ciò detto, andiamo a capire l’importanza di tale luogo — non solo per il sottoscritto (lo avrete già capito) — cercando di tessere i fili della storia e ricostruire il percorso che il regista e teorico russo compì a partire da quel luogo magico, per darvi un articolo degno di tale portata.
Non me ne vogliano i fratelli Lumière (che ironicamente definisco “i venditori di meraviglie”) o Georges Méliès (che altrettanto ironicamente definisco “il mago”), perché tutti loro — in un modo o nell’altro — hanno contribuito all’evoluzione del Cinema e li apprezzo enormemente. L’accento, però, lo focalizziamo su un autore poliedrico e sperimentale che ha definito il ruolo del Cinema nel mondo, conferendo alle immagini qualcosa che fino a quel momento mancava.
Sergej M. Ėjzenštejn è stato un pioniere del cinema sovietico, un uomo capace di intuire le potenzialità dell’oggetto cinematografico e renderlo malleabile alle sue visioni. Attraverso lo studio, la ricerca costante, la pratica e infine la teoria, il suo nome è diventato simbolo di una rilevanza globale senza limiti. Ed è proprio da questa casa, nel lasso di tempo in cui vi abitò, che il regista russo teorizzò la sua idea di cinema, sviluppando il montaggio ritmico e la sua didattica della regia. Qui nacquero i grandi capolavori come Sciopero! (1924), La corazzata Potëmkin (1925), Ottobre (1928) e diversi altri. È in questo luogo che prende forma la sua idea di linguaggio visivo: una linea di montaggio concettuale, conflittuale e provocatoria — fondata sulla celebre teorizzazione del montaggio delle attrazioni — pensata per scuotere lo spettatore e distruggere la narrazione illusoria e consolatoria del cinema d’intrattenimento borghese.
In questo periodo tenne le sue lezioni presso la storica scuola del VGIK a Mosca; lezioni che compongono il libro Lezioni di regia (tenute tra l’autunno del 1932 e l’autunno del 1933), fortunatamente trascritte dal suo allievo Vladimir Nižnij. Il testo originale russo fu pubblicato a Mosca nel 1958, mentre in Italia uscì per la prima volta nel 1964 per Giulio Einaudi Editore. La sua sperimentazione sull’immagine in movimento e sul montaggio ha fatto evolvere il cinema in arte intellettuale, portando il suo nome alla fama internazionale.
Purtroppo, l’ascesa di Stalin portò a una inarrestabile escalation di problematiche anche nel mondo del cinema, e lo stesso Ėjzenštejn fu costretto a “ridimensionare” le sue idee avanguardiste, adottando una posizione formalmente più accondiscendente verso la linea del Partito. Da quel momento in poi, i suoi film saranno maggiormente legati alle visioni staliniste e alle committenze di Stato.
Ėjzenštejn decise così di insegnare all’Istituto statale di cinema di Mosca, per poi riprendere il viaggio interrotto dalla chiamata di Stalin. Nell’agosto del 1929, prima ancora della proiezione de Il Vecchio e il nuovo, il regista lasciò così l’URSS, insieme agli inseparabili Aleksandrov e Tissė, per un soggiorno all’estero a tempo indeterminato. In Unione Sovietica furono in molti a tirare un sospiro di sollievo.
La casa di cui stiamo parlando in questo scritto, al civico 23 di Chistoprudny Boulevard, non è visitabile internamente. Si può ammirare dall’esterno proprio grazie alla targa che ne attesta la memoria (in Russia si trovano molte di queste effigi su case e palazzi dedicati a registi, musicisti, scrittori e personalità della cultura). Per apprezzare la bellezza dei suoi arredi e la memoria tangibile del vissuto di Ėjzenštejn, bisogna recarsi al Museo del Cinema di Mosca, dove sono esposti in maniera rigorosa e autentica i suoi oggetti, i mobili e le sue collezioni personali, letto incluso. La mostra permanente, intitolata «Il Gabinetto di Sergej Ėjzenštejn», è visibile al pubblico al terzo e ultimo piano del Museo.
Nelle sue stanze ricostruite si passa da librerie piene di testi di vario genere fino agli scritti e ai disegni per film e scenografie. Si ammira la sconfinata cultura in cui il regista era immerso: una formazione non solo russa, ma aperta alle influenze di tutto il mondo. Negli scaffali si possono vedere opere di Goethe, Dostoevskij, Shakespeare, oltre a manuali e libri d’arte dedicati a Edgar Degas, Leonardo da Vinci e all’arte moderna. La varietà dei contenuti è tale da restituire l’immagine di una struttura intellettuale solida e complessa. Cimeli e manufatti provenienti da ogni parte del globo testimoniano quanto la vita di Ėjzenštejn sia stata ricca di stimoli e fermento.
Va detto che gran parte di questi oggetti provengono dalla sua ultima dimora nella zona di Potylikha, a ridosso degli storici studi della Mosfilm — un’area simbolo del cinema sovietico dove anni dopo avrebbe vissuto e lavorato un altro gigante assoluto come Andrej Tarkovskij. Tuttavia, l’allestimento museale di tale tesoro culturale finisce per perdere inevitabilmente parte della sua aura non appena viene sradicato dagli spazi originali vissuti dal regista. L’aura a cui mi riferisco è strettamente legata al celebre saggio di Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (scritto negli anni ’30 e uscito in Italia nel 1966 per Giulio Einaudi Editore), in cui l’autore tedesco ci spiega come un’opera possa essere riprodotta, ma senza poter conservare quell’essenza unica e irripetibile del momento — l’Hic et Nunc — che definisce il luogo, i profumi e l’atmosfera in cui l’artista dà vita alla sua creazione. L’analogia che vi propongo riguarda proprio il luogo natio della sua poetica: la sua aura si percepisce molto di più stando in strada davanti alla targa commemorativa di Chistoprudny Boulevard, che non all’interno del Museo in cui sono stati ricollocati i suoi arredi.
Sergej M. Ėjzenštejn ancora oggi — per chi come il sottoscritto ama il cinema anche da un punto di vista storico — rappresenta un punto di riferimento assoluto nell’ideazione e nella teorizzazione di concetti legati alle immagini in movimento. Non si può mai escludere dal discorso intellettuale una figura come la sua, perché laddove ce ne dimenticassimo, ci ritroveremmo inevitabilmente in difetto con la storia dell’arte cinematografica.
Riferimenti bibliografici
S. M. Ėjzenštejn, Lezioni di regia, Einaudi, Torino 2000
Sitografia
M. Ravera, Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Sua Maestà – Prima parte, in la Sinistra quotidiana, Italia 2023
(https://www.lasinistraquotidiana.it/sergej-michajlovic-ejzenstejn-sua-maesta/)
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