La fantascienza nel cinema di Andrej Tarkovskij rappresenta una declinazione profondamente originale del genere. A differenza della tradizione cinematografica occidentale, spesso orientata verso la spettacolarizzazione della tecnologia o la costruzione di scenari futuristici, Tarkovskij utilizza gli elementi fantascientifici come strumenti poetici e filosofici; come già citato nel titolo, questa è una rappresentazione di fantascienza di prossimità, quella più vicina a noi esseri umani.
Nei suoi film, infatti, la dimensione del futuro o dell’ignoto cosmico non costituisce il centro dello spettacolo, ma diventa piuttosto un dispositivo narrativo attraverso cui indagare questioni esistenziali fondamentali, come la memoria, il senso di colpa, la fede e il limite della conoscenza umana. Questa impostazione emerge con particolare evidenza in due opere fondamentali della sua filmografia, Solaris (1972) e Stalker (1979), entrambe ispirate a opere della letteratura fantascientifica ma profondamente rielaborate dal regista in chiave filosofica.
Nel caso di Solaris, Tarkovskij prende come punto di partenza l’omonimo romanzo di Stanisław Lem, pubblicato nel 1961. Tuttavia il regista modifica significativamente l’impostazione del testo originale. Nel romanzo di Lem il problema centrale riguarda l’impossibilità epistemologica di comprendere una forma di vita completamente aliena, rappresentata dall’oceano pensante del pianeta Solaris. Tarkovskij, pur mantenendo questa premessa narrativa, sposta l’attenzione dal problema scientifico a quello morale e psicologico. Il film racconta la missione dello psicologo Kris Kelvin su una stazione orbitante attorno al pianeta Solaris, dove gli scienziati presenti sembrano vittime di fenomeni inspiegabili. L’oceano del pianeta possiede infatti la capacità di materializzare i ricordi più profondi degli esseri umani, creando presenze fisiche che incarnano figure del loro passato.
Questo elemento fantascientifico diventa il mezzo attraverso cui il film sviluppa una riflessione sulla memoria e sul senso di colpa. Kelvin si trova di fronte alla ricomparsa della moglie morta, una presenza generata dalla sua stessa coscienza. L’incontro con questa figura produce un conflitto interiore che mette in discussione la distinzione tra realtà e proiezione mentale. In questo senso, l’alterità cosmica non appare come una minaccia esterna, ma come uno specchio della coscienza umana. Tarkovskij trasforma quindi il contatto con l’alieno in un processo di introspezione, suggerendo che il vero enigma non è tanto l’universo quanto la mente umana stessa. Come osserva lo stesso Tarkovskij nel suo libro teorico Scolpire il tempo […] << il cinema deve essere inteso come un mezzo capace di esplorare la dimensione spirituale dell’esistenza e non soltanto di rappresentare eventi o narrazioni spettacolari >>.
Una prospettiva analoga emerge anche in Stalker, film liberamente ispirato al romanzo Picnic sul ciglio della strada di Arkady Strugatsky e Boris Strugatsky. Nel film, una regione chiamata “Zona” è stata trasformata da un evento misterioso – forse un contatto extraterrestre – in uno spazio in cui le leggi della realtà sembrano alterate. Al centro della Zona si trova una stanza leggendaria capace di realizzare il desiderio più profondo di chi vi entra. La trama segue il viaggio di tre personaggi – lo Stalker, lo Scrittore e il Professore – che attraversano questo territorio proibito alla ricerca della stanza.
Anche in questo caso l’elemento fantascientifico viene progressivamente svuotato della sua dimensione tecnologica o spettacolare. La natura dell’evento che ha creato la Zona rimane volutamente indeterminata, e il film non offre spiegazioni scientifiche dei fenomeni che vi accadono. Piuttosto, la Zona assume un valore simbolico e spirituale: essa appare come uno spazio liminale, in cui i personaggi sono costretti a confrontarsi con le proprie paure, i propri desideri e le proprie convinzioni. Il viaggio all’interno della Zona assume quindi la forma di un pellegrinaggio, una prova morale che mette alla prova la fede e l’identità dei protagonisti.
In questo contesto, il personaggio dello Stalker rappresenta una figura quasi sacerdotale. Egli guida gli altri attraverso la Zona con una devozione che ricorda quella di un mediatore tra il mondo umano e una dimensione trascendente. La sua fede nella sacralità della Zona contrasta con lo scetticismo dello Scrittore e con il razionalismo del Professore, creando una tensione simbolica tra spiritualità, arte e scienza. Tarkovskij utilizza questa dinamica per interrogare il rapporto tra conoscenza razionale e dimensione spirituale, suggerendo che l’uomo moderno rischia di perdere il contatto con la propria interiorità.
Dal punto di vista stilistico, l’uso della fantascienza da parte di Tarkovskij è strettamente legato alla sua concezione del linguaggio cinematografico. Il regista privilegia tempi dilatati, lunghi piani sequenza e una fotografia contemplativa che enfatizza il rapporto tra i personaggi e l’ambiente. In Stalker, ad esempio, il contrasto tra il mondo esterno alla Zona – rappresentato con tonalità seppiate – e lo spazio interno della Zona – caratterizzato da colori più intensi e naturali – suggerisce simbolicamente un passaggio dalla dimensione quotidiana a una dimensione quasi sacrale. L’elemento fantascientifico, in questo senso, non viene rappresentato attraverso effetti speciali o scenari futuristici, ma attraverso una trasformazione percettiva dello spazio e del tempo.
Questa concezione riflette la visione artistica di Tarkovskij, per il quale il cinema non deve limitarsi a raccontare storie, ma deve piuttosto rendere visibile il flusso del tempo e dell’esperienza interiore. La fantascienza diventa quindi un mezzo particolarmente adatto a questo scopo, perché permette di costruire situazioni narrative in cui la realtà ordinaria viene sospesa o trasformata. In tali contesti i personaggi sono costretti a confrontarsi con questioni fondamentali della condizione umana, come il senso della vita, il peso del passato e la possibilità della redenzione.
Per queste ragioni la fantascienza tarkovskiana è spesso definita dalla critica come una forma di fantascienza “metafisica”. A differenza di molti film del genere prodotti nello stesso periodo, che enfatizzano l’avventura spaziale o il progresso tecnologico, le opere di Tarkovskij utilizzano l’immaginazione scientifica per esplorare dimensioni filosofiche e spirituali. L’ignoto cosmico e gli eventi inspiegabili non vengono risolti attraverso spiegazioni razionali, ma rimangono aperti e ambigui, invitando lo spettatore a una riflessione personale.
In conclusione, la fantascienza nel cinema di Tarkovskij rappresenta un esempio significativo di come un genere tradizionalmente associato alla speculazione tecnologica possa essere reinterpretato come strumento di indagine esistenziale. Attraverso film come Solaris e Stalker, il regista dimostra che il confronto con l’ignoto – sia esso cosmico o metafisico – non riguarda soltanto il futuro dell’umanità, ma soprattutto la comprensione della sua dimensione più profonda. In questa prospettiva, la fantascienza diventa un linguaggio capace di interrogare i limiti della conoscenza e di esplorare la complessità dell’esperienza umana.
Leggi anche: Un dialogo di silenzio con tempo, amore e fede.
Riferimenti bibliografici
A. Tarkovskij, Scolpire il tempo, Ubulibri, Milano 1995
S. Žižek, Tarkovskij: La cosa dallo spazio profondo, Mimesis, Milano 2011
Sitografia
S. Santoli, Solaris di Andrej Tarkovskij, in Onda Cinema, Italia 2014
(https://www.ondacinema.it//film/recensione/solaris_tarkovskij.html)
P. Simone, Viaggio al termine della Zona, in Quaderni d’altri tempi, Italia 2017
(https://www.quadernidaltritempi.eu/viaggio-al-termine-della-zona/)
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