Anni fa mi ero accostato al primo cinema di Alice Rohrwacher, con tanto di pregiudizi che, dopo la prima visione di Corpo celeste (2011), mi portarono ad allontanarmi dalle sue successive pellicole. Non ci fu un motivo razionale a tale scelta, forse la comprensione del linguaggio di quel suo filmare non mi aveva catturato abbastanza da resistere a quella pedissequa visione stantia del sud Italia e della città di Reggio Calabria, in cui il film è ambientato.
Passano gli anni, i film e le moltitudini di sguardi cinematografici che mi hanno accompagnato in questi tempi e mi ricapita un film della regista toscana sotto mano, precisamente mentre sfoglio il catalogo di RaiPlay in cerca di un film da guardare. Vedo la copertina di Lazzaro felice (2018) e decido di premere play.
Se c’è una cosa che mi è piaciuta di più di quest’opera, è quella di aver saputo reinterpretare in chiave contemporanea una fabula. Oggi è pressoché difficile da fare, soprattutto per i cineasti italiani che si perdono nei meandri della ricercatezza di uno stile che si stenta a trovare. In questo senso il film di Alice Rohrwacher è rappresentativo di una generazione visionaria di autori e autrici di cinema del nostro paese.
Lazzaro felice, quindi, cammina su questo binario. Ed è da qui che partiamo per tracciarne un senso critico e analitico della pellicola.
Ambientata in un tempo anacronistico nella seconda metà del ‘900 e in una landa di terra incastonata presumibilmente nel centro Italia, la storia inizia nel mentre si svolge una serenata di un ragazzo nei confronti della sua amata, porgendosi ad essa come atto d’amore di una vita futura e speranzosa.
Ci troviamo in una situazione rurale pressoché standardizzata della cultura popolare del nostro paese in un luogo chiamato l’Inviolata, gestito da una marchesa che detiene i poteri della terra e dello sfruttamento dei contadini che la abitano ma, soprattutto, che ci lavorano come degli schiavi agricoli.
Questa prima metà del film è rurale, campagnola, che racconta una lotta ma anche una favola, in bilico tra realtà e finzione. Sarà proprio questo concetto ad essere interessante per la narratologia cinematografica; ovvero quello di reinterpretare una storia che sembra essere uscita da un libro di fiabe e collocarla in una condizione dello sfruttamento dei braccianti. Qui, più di tutti – oltre alla bravura della regista – c’è chiaramente l’influenza di uno dei più grandi maestri del documentario italiano, Vittorio De Seta.
Le scene ambientate in questa prima metà del film sono un velato omaggio alle inquadrature che il maestro fece durante i suoi viaggi filmando i lavoratori del mare e della terra in opere come Lu tempu di li pisci spada (1954) e non solo, attingendo alla cultura del popolo del sud per dare voce e diffusione al proletariato. Rohrwacher, invece, attualizza il concetto dei lavoratori ma sotto la visione del caporalato odierno – come i migranti nei campi -, anche se nel film sono tutti contadini italiani.
Le scene della raccolta del fieno sono tra le più iconiche dell’intero film e quelle che di più rimandano alla regia di De Seta non solo nell’omaggio ma, soprattutto, nella sua riproposizione registica.
E poi c’è Lazzaro, un ragazzo cresciuto dalla nonna che diventa il fulcro centrale dello snodo di tutto il film. Ragazzo tuttofare e introverso, imberbe e gentile, un santo senza “poteri” che assume il ruolo del deus ex machina. E sarà proprio la sua presenza in scena a cambiare le sorti dell’Inviolata (luogo che per i contadini assume un baricentro importante, da lì non si esce e non si conosce altro), in un momento in cui sembra che tutto sia finito.
La speranza, la fede, le tradizioni e la fabula continuano e si sviluppano attraverso una rinascita, come una chimera che porterà la narrazione verso nuove frontiere. Grazie all’intervento delle forze dell’ordine la marchesa e i suoi affiliati vengono arrestati e i contadini “liberati”.
È una «resurrezione» nel senso metaforico (e laico) che racconta Lazzaro felice, un ritorno alla vita e alla felicità come ci suggerisce il titolo? Non proprio. O meglio: il Lazzaro di Alice Rohrwacher torna nel mondo a distanza di decenni ma che la sua sia una felicità è difficile da credere.
Si apre così la seconda metà del film che ci trasporta letteralmente nella periferia di una grande città italiana, quei luoghi non così ameni tanto cari alla regista. Ci racconta non solo di come la nascente economia inglobi questi contadini che devono ri-adattarsi alla società, ma soprattutto della perdizione umana che si riscontra in Lazzaro. Vivere di piccoli crimini, ai margini delle periferie sognando, forse, un futuro migliore che non verrà mai. Uno sguardo trasognante.
Alice Rohrwacher realizza un film che diventa un caposaldo della narratologia contemporanea, mescolando il linguaggio della fiction a quello del documentario in maniera intelligente e senza cadere in cliché. Gestisce bene gli attori e le attrici in scena, professionisti e non, rendendoli tutti allo stesso livello, consapevoli che la loro interpretazione non è solo magia dell’arte ma un resoconto storico reale sotto forma di fabula.
Lazzaro felice è la sintesi perfetta di una delle più belle citazioni desetiane sulla differenza tra realtà e verità in cui il regista afferma come la condizione reale dei lavoratori non fosse una semplice finzione cinematografica da lui ripresa, bensì una condizione di verità affine alle misure in cui l’essere umano deve sottostare per portare a casa un pezzo di pane.
La visionarietà sognante della Rohrwacher si fonde così con la realtà proletaria di De Seta.
Sitografia
C. Piccino, Il mondo nello sguardo di «Lazzaro felice», in il Manifesto, Italia 2018
(https://ilmanifesto.it/il-mondo-nello-sguardo-di-lazzaro-felice)
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