“Piccole cose come queste” un film di Tim Mielants

Adoro perdermi nelle parole scritte, attraversarle in ogni modo, con ogni formato, nelle loro svariate declinazioni e nei molteplici linguaggi.
Uno degli ultimi libri che ho letto è stato Piccole cose da nulla (Einaudi, 2021) di Claire Keegan, opera che è valsa all’autrice il Premio Orwell per la letteratura.
Il libro, di per sé, è un medium potente e questo libro è un esempio che calza molto bene.

Copertina del libro edizione italiana

È una forma viscerale che nel corso della sua lunga storia è riuscita a trasformare il genere umano; rimane, ancora oggi, una delle espressioni più dirompenti della società e l’opera in questione, seppur di narrativa, è fortemente incisiva.
Racconta, con fare silente, una storia di soprusi.


Ebbene, è attraverso il dialogo tra la pagina e lo schermo che ci troviamo ad analizzare una vicenda avvenuta nel 1985 in Irlanda. Seguiamo il venditore di carbone Bill Furlong (interpretato da Cillian Murphy) mentre scopre gli oscuri segreti delle famose “Case Magdalene”, gestite da ordini religiosi cattolici.

Le lavanderie Magdalene erano istituti di reclusione per ragazze considerate «peccatrici», mandate lì da famiglie e orfanotrofi per «espiare le proprie colpe». Sfruttate dalle suore, madri nubili, donne giudicate troppo «civette» o persino vittime di stupri venivano condannate ai lavori forzati fino a morirne.

Trasformatesi nel corso del Novecento in veri e propri centri di detenzione, queste strutture operavano come una zona franca, regolate solo dal potere delle suore-aguzzine e protette dal silenzio dello Stato. Una complicità sistemica, quest’ultima, che è stata svelata ufficialmente solo nel 2013 dal Rapporto McAleese, l’indagine che ha costretto il governo irlandese ad ammettere le proprie responsabilità morali e materiali di fronte al mondo.

Fotografia d’epoca delle Lavanderie
Frame dal film

L’analisi di oggi, pur partendo dalla letteratura, si concentra sulla sua trasposizione cinematografica: Piccole cose come queste (Small Things Like These, 2024), diretto da Tim Mielants. Il film abita un silenzio che pesa, che strazia senza però mettere in scena il dramma visivo e pornografico del cinema più mainstream, soffermandosi sulla riflessione interiore e morale del protagonista. Da subito si nota come il regista abbia rigorosamente mantenuto il tratto delicato di Keegan, portando avanti una storia che cammina sul filo della sofferenza intima e personale per trasporre una difficile vicenda sociale.

Bill Furlong, padre di cinque bambine e marito stakanovista che gira con il suo furgone per le strade dei paesini irlandesi, è monito di perseveranza e di attraversamento umano. Questa sua condizione si rispecchia perfettamente nelle inquadrature in pseudo-soggettiva posizionate sul retro del furgone, scelte registiche che enfatizzano la profonda solitudine del personaggio. Le strade, così come le persone che incontra (famiglia compresa), sembrano un contesto a parte rispetto a Bill, quasi un corpo estraneo.

L’inquietudine che si plasma scena dopo scena deriva però da un’infanzia problematica, figlia di una generazione distante da un punto di vista sociale e umano. È proprio in queste radici che risiede il carattere introverso di Bill Furlong, e l’intensa interpretazione studiata da Cillian Murphy ne marmorizza la personalità, rendendola solida e indimenticabile.

Frame dal film
Frame dal film

Ecco come la grande scuola del cinema europeo ci insegna a raccontare storie difficili anche senza mostrarle nel loro dramma più osceno. Cambia il registro della narrazione, ma non la denuncia sociale intrisa, de facto, nella stessa struttura: letteraria prima, cinematografica dopo. Il dipinto visivo che ne emerge è un esempio di fedele messa in scena di un’opera trasposta dalla letteratura, capace di rispettare le forme dei singoli linguaggi senza stravolgerne i concetti.

In conclusione, vorrei scomodare Dante Alighieri, da cui prenderò in prestito un termine che oggi potrà sembrare arcaico, ma che trovo perfettamente calzante per questa analisi. Per definire al meglio l’essenza del personaggio — così come del film stesso —, posso certamente affermare che Bill Furlong abbia scelto di immegliarsi: un percorso che lo ha portato ad attingere a un bene supremo, penetrando attivamente in una condizione di grazia e di perfezione sempre maggiore. Sfidando il silenzio del suo tempo, Furlong si è fatto, per conto nostro, attuatore di speranze.

Sitografia
M. Ciotta, L’inferno in convento, in il Manifesto, Italia 2002
(https://ilmanifesto.it/archivio/2002014902)

Scopri di più da Cinema d'Oltre

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere