Non è la prima volta che parlo di questa tematica, ovvero di come il cinema e i social media collidono le loro espressioni artistiche.
Capita però, che sia il cinema a trovarsi costretto a ridefinire il proprio linguaggio di fronte a una mutazione tecnologica dello sguardo. È accaduto con l’avvento della televisione, quando l’immagine domestica impose nuove abitudini percettive e una diversa intimità con lo schermo; è accaduto con il videoclip, che negli anni Ottanta trasformò il montaggio in accelerazione ritmica permanente; accade oggi con TikTok o Instagram, piattaforme che più di altre hanno interiorizzato il gesto dello scorrimento come forma mentale. Se il cinema classico chiedeva attenzione continua e il moderno accettava la dispersione, il regime visivo contemporaneo sembra fondarsi invece sull’interruzione sistematica.
TikTok e Instagram non sono soltanto dei contenitori di brevi video: sono bensì un dispositivo di educazione dello sguardo. L’utente non osserva, seleziona; non contempla, valuta in pochi secondi; non attende lo sviluppo di un’immagine, decide quasi istantaneamente se restare o passare oltre. Il pollice che scorre sullo schermo diventa il vero montatore dell’esperienza. In questo senso le piattaforme stanno radicalizzando un processo che Gilles Deleuze aveva già intuito parlando del passaggio dall’immagine-movimento all’immagine-tempo: non più concatenazione lineare dell’azione, ma frammentazione, sospensione, crisi del raccordo. Solo che oggi quella crisi non produce durata contemplativa, bensì consumo accelerato.
La conseguenza più evidente riguarda il tempo. Il cinema, sin dalle origini, è stata l’arte della durata organizzata. Anche quando frenetico, anche quando spettacolare, imponeva comunque una permanenza dello spettatore davanti al flusso. Il tempo del film era un tempo da attraversare. I social media soverchiano questa logica: il tempo non si attraversa, si campiona. Si cercano picchi di intensità immediata, micro-epifanie, emozioni istantanee. L’immagine deve giustificarsi subito. La lentezza diventa sospetta, l’attesa viene percepita come vuoto, il silenzio come errore di montaggio.
È interessante osservare come parte del cinema contemporaneo stia già reagendo a questa trasformazione. Da un lato molti prodotti mainstream sembrano aver interiorizzato la grammatica dell’attenzione intermittente: aperture fulminee, sovraccarico sonoro, esposizione narrativa ipersemplificata, montaggio esplicativo, continua ricerca del “momento condivisibile”. Alcuni blockbuster recenti sembrano costruiti come una successione di clip ad alta circolabilità più che come organismi drammaturgici coerenti. Dall’altro lato esiste un cinema che oppone resistenza, riaffermando la durata come gesto politico. Pensiamo ai piani-sequenza di Béla Tarr, alla sospensione sensoriale di Tsai Ming-liang, alla temporalità ferita di Chantal Akerman. In questi autori il tempo non è riempimento ma materia viva, e proprio per questo oggi appare quasi sovversivo.
Anche la verticalità dello schermo modifica in profondità la relazione con l’immagine. Il formato cinematografico classico, nelle sue molte varianti, è orizzontale perché pensato per lo spazio, per la relazione tra corpi e ambiente, per la composizione laterale del mondo. Il verticale privilegia invece la figura isolata, il volto, il gesto frontale, l’autoesposizione. È il formato dell’io. Non sorprende che TikTok e Instagram siano dominati da facce che parlano in camera, corpi che performano, presenze che chiedono riconoscimento immediato. Là dove il cinema costruiva una geografia, il feed costruisce una successione di presenze.
Questo slittamento ha precedenti artistici interessanti. Il ritratto pittorico, da Hans Holbein il Giovane fino a Francis Bacon, aveva già compreso la violenza e l’intimità del volto frontalmente esposto. La videoarte di Nam June Paik e Bill Viola aveva trasformato lo schermo in esperienza immersiva del corpo e del tempo. Ma i social neutralizzano spesso quella tensione critica: il volto non inquieta, performa; il corpo non resiste, si ottimizza; il tempo non si dilata, si monetizza.
Il rischio principale non è la brevità in sé. Il cinema conosce da sempre forme brevi altissime, dai fratelli Auguste e Louis Lumière alle avanguardie di Maya Deren, fino ai cortometraggi contemporanei. Il problema è l’orizzonte cognitivo imposto dalla piattaforma: la brevità subordinata alla sostituibilità infinita. Ogni immagine vale meno per ciò che mostra che per la rapidità con cui può essere rimpiazzata dalla successiva. È qui che si produce una mutazione profonda dello spettatore, sempre meno chiamato a interpretare e sempre più addestrato a reagire.
Eppure il cinema potrebbe trarre da questa crisi anche una possibilità di rinnovamento. Storicamente, i momenti in cui il linguaggio cinematografico sembrava minacciato sono stati anche quelli di maggiore invenzione. Il confronto con i social odierni può costringere il cinema a interrogarsi su ciò che lo rende irriducibile: la costruzione dello spazio, la densità del tempo, l’ambiguità dell’immagine, la possibilità di perdersi dentro una durata non ottimizzata. In un ecosistema che premia il passaggio rapido, restare seduti davanti a un film di due ore può diventare un atto di resistenza percettiva.
Forse la questione decisiva non è se TikTok o Instagram distruggeranno il cinema, ma quale tipo di spettatore formerà. Se uno spettatore allenato all’immediatezza saprà ancora sopportare l’opacità di Michelangelo Antonioni, il silenzio di Yasujirō Ozu, la lentezza di Andrej Tarkovskij, allora il cinema continuerà a vivere come esperienza distinta. Se invece pretenderà da ogni immagine la gratificazione istantanea del feed, non assisteremo alla morte del cinema, ma alla sua trasformazione in un flusso qualsiasi. E con esso, forse, alla perdita di una delle ultime arti capaci di insegnarci che vedere significa anche saper aspettare.
Riferimenti bibliografici
S. Arcagni (a cura di), All’intersezione tra cinema e IA, Kaplan edizioni, Torino 2025
Sitografia
M. Marelli, Riflessione sul rapporto tra cinema e nuovi media, in Uzak n.50/51, Italia 2026
(https://www.uzak.it/rivista/uzak-1/saggi/cinemanuovimedia.html)
M. Tarzia, Media e New Media: la ridefinizione della creazione tra piattaforme e algoritmi nella cultura visuale, in Cinema d’Oltre, Italia 2025 (https://cinemadoltre.com/2025/10/21/media-e-new-media-la-ridefinizione-della-creazione-tra-piattaforme-e-algoritmi-nella-cultura-visuale/)
M. Tarzia, Il rapporto conflittuale tra cinema e social media, in Cinema d’Oltre, Italia 2025
(https://cinemadoltre.com/2025/12/19/il-rapporto-conflittuale-tra-cinema-e-social-media/)
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