Rivista digitale di critica cinematografica

Il cinema wendersiano getta le sue origini nella pura espressività del quotidiano, nella strada e, sostanzialmente, nel cinema di spaesamento. Dottrina che dagli anni ‘80 il regista tedesco ha portato avanti a spasmi, lasciandosi (anche e purtroppo) influenzare dalla visione hollywoodiana.
La breve – e chiaramente – non esaustiva premessa ci porta a parlare di Perfect Days (2023) opera ultima di Wim Wenders che si incastona perfettamente nelle parole di cui sopra, ovvero il ritorno alla rappresentazione estetica della quotidianità, materia che riesce a rendere plastica, anche senza cadere in retoriche cinematografiche che spesso attanagliano i registi e le registe contemporanee.

La metropoli giapponese, Tokyo, è lo sfondo in cui i pochi personaggi del film si muovono, vivono e raccontano una storia, seppur con rarefatti dialoghi, in cui i bagni pubblici fungono da protagonisti invisibili di una narrazione lineare e senza sbavature. La necessità quindi del regista di affidarsi al silenzio e agli spazi naturali della città, funziona e rende viva e identitaria la realtà che li circonda.
Il suo ripetersi – come ciclo continuo della vita -, nella pulizia dei bagni, rende il tempo del protagonista fondamentale nella costruzione dell’identità filmica, spezzando il ritmo classico cinematografico, dilatando così la materia a proprio dovere.

Perfect Days (2023) – Frame da film

Si sa che i giapponesi sono persone ligie ai diritti e ai doveri di cittadini, rendendosi partecipi di una collettività senza eguali nel mondo, soprattutto da un punto di vista civico. L’esempio dei bagni pubblici è l’emblema perfetto per Wenders di raccontare una città in continua evoluzione che pone le sue origini cinematografiche e del quotidiano della grande cultura visiva di Yasujirō Ozu e passando (a livello personale) dal suo film documentario degli anni ‘80, Tokyo-Ga, alla rappresentazione contemporanea di una polis ipertecnologica.
Il paradosso che mette in scena il regista sta proprio qui: staccarsi dal contesto digitale e puramente avanzato per vivere in una bolla senza tempo, laddove i telefoni, i robot e tutta la cultura mediale non intacca la vita di Hirayama (interpretato magistralmente da Kōji Yakusho) che vive in un tempo anacronistico. Senza fretta, senza pretese.

Il pathos, ovvero il dramma che spesso ci capita di trovare all’interno di una narrazione lineare, avviene con l’inserimento del personaggio di Niko (Arisa Nakano) nipote di Hirayama che irrompe come una fenditura per accompagnarci verso un finale quieto, dolce e senza perdere la sua linfa naturale.
Quando poco sopra citavo il cosiddetto “cinema di spaesamento” il riferimento è propriamente alla costruzione dei personaggi wendersiani che si inseriscono in una condizione tale che solo lui sa congeniare; questi personaggi esplorano l’identità, il tempo e la condizione umana attraverso il viaggio, la sospensione e l’attesa. Di conseguenza, le figure in movimento – alla ricerca di se stessi in contesti geografici o emotivi – si riflettono nella loro interiorità più intima che ci sia. E noi europei siamo “maestri” in tali condizioni, perché la nostra interiorità (anche culturale) ci ha fornito e formato nel corso di millenni di storia, attraverso un esistenzialismo filosofico.

Wenders, così, si fa narratore semplice ed imprime al film una forza espressiva tale da renderlo un’elegia alla lentezza.

Perfect Days (2023) – Frame da film

E poi c’è il retaggio culturale che già si intravedeva nel film Tokyo-Ga, quello musicale e qui più accentuato, in cui Wenders si lascia prendere dal suo occidentalismo e inserisce musiche che rompono l’essenzialità che invece bastava a se, con il tappeto sonoro di cantanti e band che hanno fatto la storia della musica (Janis Joplin, Van Morrison e la title track dei Velvet Underground). Questo è l’unico aspetto che probabilmente risuona a tutti gli effetti come retorico nella struttura già solida di suo. All’interno di un contesto in cui il protagonista bastava a sé stesso anche nella meticolosa scelta dei suoi pochi dialoghi e fortificato dalla forma del suo silenzio.

Ebbene, Perfect Days è un film che fa riemergere Wim Wenders ai tempi belli del suo cinema più puro e svincolato da sistemi produttivi costosi.
Perfect Days basta a se stesso come la forma da cui è costituito, la semplicità.

Perfect Days 
(Giappone, Germania, 2023)

Regia: Wim Wenders  • Sceneggiatura: Wim Wenders, Takuma Takasaki • Produzione: Wim Wenders, Takuma Takasaki, Koji Yanai • Musiche: Milena Fessmann • Montaggio: Clémentine Decremps, Toni Froschhammer • Fotografia: Franz Lustig • Scenografia: Towako Kuwajima • Costumi: Daisuke Iga • Interpreti: Kōji Yakusho, Tokio Emoto, Arisa Nakano, Aoi Yamada, Yumi Asō • Durata: 124′ • Scheda film: IMDb

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