Quando ho pensato di creare questo spazio di scrittura sul cinema, sapevo che il compito non sarebbe stato semplice, soprattutto affrontando il lavoro in solitaria. Col tempo, però, le mie parole e, soprattutto, il mio sguardo sulle immagini in movimento hanno trovato un riscontro positivo. Questa rubrica, Sguardi intimi – forse la più personale tra quelle che curo – è diventata un luogo di dialogo con i lettori su temi a me particolarmente cari.
Pur trattandosi di un blog, l’intento resta quello di una scrittura critica, legata, ove possibile, ad approfondimenti e a un apparato bibliografico.
Le immagini: il mio cinema di prossimità è il titolo che ho scelto per questo articolo. Una forma discorsiva che permette di aprirmi su un pensiero per me fondamentale: il cinema autoprodotto.
Da oltre dieci anni mi nutro di immagini brutte, sporche, ritrovate nelle vecchie cassette dei mercatini dell’usato o recuperate da archivi dispersi nei meandri di internet. Immagini che per me assumono un valore che va oltre la loro possibile rielaborazione filmica: contengono un valore umano, identitario.
Dedico a queste immagini tempo e attenzione. Le osservo, le assorbo, permetto loro di sedimentare, prima di essere manipolate – sempre con discrezione – dal mio sguardo sul cinema. In un certo senso queste immagini mi abitano.
Senza questo archivio variegato, costruito negli anni, molto probabilmente il mio cinema non esisterebbe.
Senza queste immagini non avrei amato, sperimentato, odiato. È anche grazie a questa metodologia di creazione se oggi posso permettermi di giocare con il medium cinematografico, affrontarlo sul piano concettuale e, infine, insegnarlo.
È altrettanto vero, però, che questo cinema autoprodotto ha poca strada nei festival e nei mercati istituzionali: semplicemente, non interessa.
Il mio rapporto con le immagini in movimento nasce, in realtà, da una relazione più antica legata al rapporto con la fotografia. Prima ancora del cinema, è stata l’immagine fissa a educare il mio sguardo: il tempo sospeso, l’attesa, la possibilità di osservare un dettaglio che resiste allo scorrere. La fotografia mi ha insegnato a guardare prima di montare, a sostare sull’immagine prima di trasformarla in racconto.
In questo senso, il lavoro sugli archivi fotografici – soprattutto quelli anonimi o familiari – rappresenta una soglia: un luogo in cui il cinema non è ancora movimento, ma promessa, latenza, possibilità.
Negli ultimi anni ho iniziato a usare un termine che sento più consono, e forse più bello, per definire il mio rapporto con l’autoproduzione: cinema di prossimità.
Più che una definizione, è un concetto al quale non tutti sono disposti ad appartenere. La prossimità è intesa anche come futuro, nel senso più pieno del termine. Un cinema futuro non può che essere un cinema di prossimità, dove ogni secondo è vissuto come possibilità di trasformazione dell’esistenza stessa.
Sono altrettanto consapevole che si tratti di un’idea complessa, forse persino altezzosa, ma resta pur sempre un punto di partenza.
Il lavoro sulle immagini mi porta spesso a confrontarmi con luoghi e persone che di questo mestiere hanno vissuto per anni, come gli studi fotografici (ma non solo chiaramente). Veri e propri baluardi del fare, depositari di una sapienza artigianale oggi sempre più rara, simili – per spirito e tensione esplorativa – a ciò che Joris Ivens rappresentò nella sua prima fase di ricerca tra fotografia e cinema.
Tra gli archivi più emblematici vi sono senza dubbio quelli di famiglia. Costituiscono una parte fondamentale delle immagini raccolte nel tempo: narrazioni altrui che ci permettono non solo di rimettere in discussione questioni filmiche ed estetiche, ma anche di ricostruire la nostra memoria, giocando con il passato e, così, preservando una visione futura.
In questo meccanismo, apparentemente contorto, entra in gioco il ruolo delle parti.
Se da un lato è vero che il cinema – come l’arte – possiede una visione disincantata, dall’altro risulta difficile parlare di futuro utilizzando esclusivamente immagini d’archivio del passato: il rischio è quello di un paradosso, quasi ante litteram.
Eppure, per me, la soluzione non è mai netta, non è mai solo bianco o nero. Esistono sfumature che consentono scelte diverse.
Tra queste emerge con forza il concetto di ecologia delle immagini, inteso non solo come pratica ma come postura critica. Un’idea che dialoga con il pensiero di Marshall McLuhan, per il quale ogni medium agisce sull’ambiente percettivo e culturale prima ancora che sui contenuti.
Le immagini non sono mai innocue: si accumulano, saturano, modificano il nostro modo di vedere e di abitare il mondo.
Lavorare con l’archivio, rallentare la produzione, riattivare ciò che già esiste diventa allora un gesto ecologico,
capace di opporsi – almeno in parte – alla bulimia visiva e alla logica estrattiva delle piattaforme digitali.Realizzare un lavoro filmico attraverso l’archivio, evitando la produzione continua di nuove immagini, può diventare una forma di resistenza alla sovrapproduzione che caratterizza tanto le piccole quanto le grandi industrie audiovisive.
So bene che si tratta di una visione utopica. I dati parlano chiaro. Ma, nel nostro piccolo universo, continueremo a lavorare affinché questo cinema di prossimità possa trasformarsi in una realtà concreta, condivisa e, auspicabilmente, sempre più diffusa.
Riferimenti bibliografici
A. Maiello, L’archivio in rete. Estetica e nuove tecnologie, goWare, Firenze 2015
P. Granata, Ecologia dei media. Protagonisti, scuole, concetti chiave, Franco Angeli Ed., Milano 2015
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