Rituali interiori e cosmogonie dei pensieri


Siamo costantemente e intimamente colpiti da notizie e rivendicazioni che, da un momento all’altro, possono aprire ad uno stato globale di guerre. Anzi… ci siamo già dentro!
Chiaramente non è il momento storico migliore per considerare di dare speranze né di programmare una vita futura, visto e considerato che ogni giorno abbiamo la totale mancanza nel saper gestire e affrontare il nostro presente.

Questo scritto, che si inserisce nella rubrica Sguardi intimi, riflette sullo stato delle cose, siano esse interiori e/o personali, sia globali. Il titolo stesso è una sintesi (vorrebbe dichiaratamente esserlo anche in senso visivo) di quello che attualmente il sottoscritto sta vivendo: un malessere che costantemente si aggira come un’aura stantia.

I rituali di cui sopra, non sono solamente delle visioni interiori che emergono nei momenti di difficoltà, bensì essi rappresentano una volontà spirituale (fortemente laica) di narrare lo stato dell’arte, come si suol dire. Al giorno d’oggi – quanto meno per il sottoscritto – preventivare delle soluzioni di vita, piuttosto che lavorative, sta diventando pressocché complicato.
Le certezze che fino a poco tempo fa sembravano come un fiume in piena e consapevole della propria strada da percorrere, oggi non sono più così.
Le situazioni, le persone, le vicissitudini che portano a questo stato mentale sono varie e di diversa importanza. Nondimeno, influisce come una macigno, lo stato sociale attuale che – di male in peggio -, cammina forsennato a ricordarci che noi uomini e donne comuni non siamo altro che un’imperfezione messi a confronto con le stelle, che rimangono esseri superiori.
E proprio lassù, alzando lo sguardo in cielo, che alle volte mi premo di osservare per trovare una pace, o forse meglio dire il silenzio. Lì, in alto, posso così immaginare le diverse cosmogonie dell’universo e rendermi conto che alla fine ci sono moltitudini di cose più grandi di noi e la pacatezza arriva, come un bolide forsennato a ricordarmi che, ancora, posso essere parte di un mondo – lottando chiaramente – ma presente e costante!
Grazie alle cosmogonie quindi che il mio essere può continuare a viaggiare per mondi possibili, dove l’amore può esser ancora un metro di giudizio personale e universale e dove il rispetto nel confronto dell’altro non debba esser solo un’utopia.

Disgraziatamente però, l’immagine di uomini e donne megalomani non restituisce una pace duratura. La potenza delle loro azioni irrompe e distrugge tutto ciò che di bello si era trovato, arrivando a chiedersi se ha ancora senso dedicare tempo a questo mondo infausto.
Le guerre fanno schifo e le immagini che ci arrivano forsennatamente, documentano una crisi umanitaria senza eguali negli ultimi decenni. Fotografie e video che resteranno nella memoria dell’umanità come tangibile e ridicolo atto di quello che è stato, a fissare dei momenti di follia razionalizzata.

Bombardamenti su Gaza (2025) – Frame da video

Il medium del video, come anche la fotografia, ha la capacità di essere (qualora lo si applichi in seno alla giustizia) un documento così potente da poter spazzare via qualsiasi azione vile.
Costantemente siamo assorti nel visionare video futili di gente idiota e, quotidianamente, siamo “bombardati” da video che ci arrivano sai diversi fronti di guerra da varie parti del mondo.

L’idea stessa di “guardare” i conflitti quasi in diretta televisiva e sui social media, ci rende (passivamente) partecipi di un genocidio globalizzato, dove non riusciamo neanche a distinguere la brutalità delle immagini rispetto alla nostra quotidianità. Facendo semplicemente zapping sul telecomando della TV o, ancora peggio, scrolling sul telefono.
Questo atto di normalizzazione che ci hanno portato a fare è ancora peggiore di quello che fanno i grandi statisti nell’attuare il loro abuso di potere.
Far diventare una guerra come un momento di intrattenimento e di cui non riusciamo quasi più a disprezzarne gli orrori, penso sia una delle cose più tristi in cui l’umanità è arrivata.
Vivere i conflitti globali come fossero meno importanti dei nostri conflitti interiori è una di quelle situazioni in cui, con grazia e dignità, mi tiro sagacemente fuori.


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