In questo giorno così importante, mentre sono in viaggio verso un mondo nuovo nel cercar di costruire il futuro insieme alla mia famiglia, il pensiero non può che andare a te, caro amico mio, che ci hai lasciato anni fa.
Proprio durante questo viaggio, immerso nella straordinaria cultura russa, mi affido ai ricordi e alle tante discussioni che facevamo insieme sui grandi autori: da registi come Andrej Tarkovskij a scrittori come Fëdor Dostoevskij, e non solo. È così, in cammino – come il fatidico flâneur – che nasce questo articolo.
Oggi, per me, è un giorno sospeso: bellissimo e triste allo stesso tempo.
Il 2 luglio ricorre l’anniversario della scomparsa di Rocco Mortelliti: un artista poliedrico ma, soprattutto, un amico con cui ho condiviso momenti importanti, sia personali sia professionali.
È sempre difficile trovare le parole giuste quando ci lascia una persona così vicina. Il cuore è pesante e la mente affollata da mille pensieri, ma sento il dovere di fare il massimo affinché il ricordo di un artista come Rocco non sbiadisca. Per questo, ogni anno — attingendo a un piccolo archivio che ho ricostruito nel tempo, anche grazie al prezioso aiuto della sua famiglia — cerco di omaggiare la sua figura attraverso l’arte che ci ha lasciato.
In questo articolo esploreremo la seconda parte del suo percorso fotografico, soffermandoci su quelle immagini che hanno gettato le fondamenta del suo modo di fare video e cinema. Ho parlato di “seconda parte” perché avevo già approfondito la sua produzione in un precedente articolo dedicato allo sguardo in bianco e nero (che potete recuperare qui).
Oggi, invece, lasciamo spazio ai suoi scatti a colori.
Queste quattro fotografie di Mortelliti sono state realizzate a Scilla (RC), un paese che lo ha accolto in tutto e per tutto. Rispetto alla produzione in bianco e nero, qui emerge una profondità d’animo ancora maggiore: il suo sguardo si fa più incisivo.
Nella prima foto, Mortelliti ci offre uno spaccato più sociale, catturando il degrado di uno squarcio del paese e restituendoci un’immagine che parla da sé. Un simile approccio alla realtà sociale non era affatto scontato per l’artista, che tendeva a declinare il suo metodo soprattutto attraverso la “fiction” — espressa, chiaramente, con media differenti. Basta soffermarsi su questa serie fotografica, così come su quella in bianco e nero, per rendersi conto di come questa produzione rappresenti un unicum nel suo stile. Un esperimento, in ogni caso, di grande valore.
Le due foto, qui affiancate per via del loro punto di vista, sono emblematiche della visione di Mortelliti e della sua forte ossessione per la “soggettiva”: un’inquadratura che sostituisce lo sguardo dell’osservatore con l’occhio stesso della macchina fotografica.
Sullo sfondo si intravede la meravigliosa terra di Sicilia, una finestra sul mondo che l’artista aveva sempre a disposizione dalla sua cara Scilla. È uno sguardo profondamente sentimentale, per l’amore nei confronti della sua terra natia e che riflette la sua immensa dedizione ai temi e alle atmosfere dell’Ottocento e del movimento romantico.
Infine, quest’ultima fotografia, che per il sottoscritto è in assoluto la più rappresentativa della produzione fotografica dell’artista.
In questo scatto emerge con forza l’influenza dei suoi studi su Caspar David Friedrich e la ricerca del sublime attraverso la maestosità della natura: quell’attimo in cui l’essere umano non può far altro che inchinarsi davanti a una natura madre, insidiosa e amorevole allo stesso tempo. Ci troviamo sempre a Scilla — in provincia di Reggio Calabria — e, nello specifico, nel suo piccolo porticciolo “da cartolina”. Si nota chiaramente come l’artista scelga di destrutturare l’immagine puramente turistica del luogo per dedicarsi a una ricerca più intima e profonda. La natura, qui, è predominante.
Ma è proprio sul mare ripreso da Mortelliti che vorrei focalizzare l’attenzione. È lì, infatti, che tra gli anni ’50 e ’60 un grande maestro del cinema italiano realizzò gran parte dei suoi cortometraggi: parlo di Vittorio De Seta, che proprio da quel porticciolo partiva con la sua piccola troupe per filmare i lavoratori del mare, a colori, attraverso la forma del documentario.
Mortelliti era profondamente consapevole dell’aura magica di quella porzione di Stretto, e queste fotografie riescono a evocarne il sensibile-invisibile.
Grazie R., ti porterò con me in Russia, attraverso la cultura che insieme abbiamo studiato e costruito.
Sitografia
L. Cofone, In un tempo di mezzo – Rocco Mortelliti, in Small Zine, Italia 2016
(https://www.smallzine.it/small-talk-3/)
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