Addio a Béla Tarr. Architetto del tempo e della desolazione

Con la scomparsa di Bèla Tarr non solo ci lascia una grande cineasta ma, come nel mio caso, se ne va anche il ricordo che mi teneva legato ad un caro amico scomparso che adorava il regista ungherese.
Fu proprio questa persona, anni fa, a regalarmi il cofanetto completo dei suoi film (oggetto a cui tengo molto) e, quindi, alla scoperta di un autore che da lì a poco tempo mi avrebbe letteralmente catturato…
Béla Tarr – come scrivevo in questa recensione de L’uomo di Londra (2007) – è stato un regista che ha dominato il bianco e nero rendendolo sconfinato, intimo e desolato come mai nessun altro.

Con lui non si spegne soltanto un regista, ma si esaurisce una particolare forma di resistenza visiva che ha saputo opporsi alla velocità frenetica del consumo moderno. Tarr è stato il coreografo del fango, della pioggia e della desolazione, capace di trasformare la monotonia dell’esistenza contadina o della periferia industriale in una danza metafisica di rara potenza estetica.

Il suo lascito risiede principalmente nella ridefinizione del tempo cinematografico. Attraverso i suoi celebri piani-sequenza, che sembrano respirare insieme ai personaggi, il regista ungherese ha rimosso il confine tra lo spettatore e la realtà rappresentata. Guardare un’opera come Sátántangó (1994) o Le armonie di Werckmeister (2000) non è mai stata una semplice visione, ma un’esperienza fisica di durata e attesa, dove ogni movimento di macchina serviva a restituire dignità ai vinti e ai dimenticati dalla storia.

La sua collaborazione con lo scrittore László Krasznahorkai ha dato vita a un universo dove il nichilismo non era mai fine a se stesso, ma diventava un modo per interrogare l’assoluto, cercando una scintilla di sacralità anche nel grigiore più opprimente.

Ritratto di Béla Tarr

Nonostante avesse annunciato il ritiro dalle scene già nel 2011 con Il cavallo di Torino, la sua figura ha continuato a esercitare un’influenza magnetica attraverso l’insegnamento e la difesa di un cinema libero da logiche commerciali. Tarr credeva che la cinepresa non dovesse limitarsi a raccontare storie, ma dovesse avere il coraggio di guardare fisso negli occhi la condizione umana, accettandone il peso e la decadenza. Oggi, la sua assenza ci lascia orfani di quello sguardo severo ma profondamente partecipe, ricordandoci che la vera arte non cerca di intrattenere, ma di testimoniare il lento e inesorabile scorrere del tempo verso l’ignoto.

Il cavallo di Torino (2011) – Frame da film

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