Nella storia del Cinema e dell’Arte Contemporanea ci sono diversi esempi di opere video e filmiche realizzate con il solo ausilio di un colore. In questo nuovo appuntamento con la rubrica Schermi scopriamo insieme un’opera del coreano Paik.
Era il 6 ottobre 1960 quando lo studio di Mary Bauermeister a Colonia divenne il palcoscenico di un incontro destinato a segnare la storia delle avanguardie. In un’atmosfera densa di sperimentazione, tra le note di John Cage e La Monte Young, Nam June Paik mise in scena il suo Studio per Pianoforte. Non fu una semplice esecuzione musicale: in un gesto dirompente di “affetto nichilista”, Paik si avvicinò a Cage per lavargli i capelli e tagliargli la cravatta, trasformando l’atto distruttivo in un paradossale tributo di stima e vicinanza intellettuale.
Questo video è rappresentativo di un’epoca più che di una forma estetica e come tale andrebbe visionato, assorbito.
L’opera in esame si distacca radicalmente dalle dinamiche convenzionali del consumo audiovisivo. Ci troviamo di fronte a un video della durata di otto minuti caratterizzato da un’assoluta assenza di segnale: un bianco e nero silenzioso che, dopo i titoli di testa, si risolve in uno schermo vuoto e luminoso.
Sul piano della critica sociale, l’opera si pone come un atto di resistenza contro l’egemonia dei mezzi di comunicazione di massa. Mentre la televisione satura l’esperienza umana con un flusso ininterrotto di stimoli, suoni e messaggi pubblicitari, Paik opera una radicale sottrazione:
“Zen for Film” rappresenta l’antitesi del linguaggio televisivo: laddove la TV impone l’iper-comunicazione, Paik offre il silenzio; laddove il medium satura lo sguardo, l’artista libera lo spazio visivo.
In questa dialettica, l’opera diventa un potente strumento di decondizionamento, restituendo all’individuo l’autonomia percettiva sottratta dal bombardamento mediatico della società contemporanea.
Buona visione!








