Nel 2003, quando uscì il film La Passeggiata (Прогулка) di Aleksej Učitel’, ero ancora nel limbo delle scuole superiori, immerso in una sconsolata post-adolescenza e niente mi faceva immaginare che anni dopo avrei amato l’arte cinematografica, soprattutto il cinema russo (ed anche quello sovietico!).
Questa piccola premessa serve più a me che a voi, lettori e lettrici, soprattutto perché mi pone davanti all’inesorabile trascorrere del tempo.
Scopro così Aleksej Učitel’ e resto folgorato da questo film.
Ci troviamo a San Pietroburgo nell’anno in cui la Russia si appresta a festeggiare il suo 300° anniversario (1703-2003), e si notano – in alcune scene del film – cantieri su strada, su edifici e statue in lavorazione.
Il film mette in scena una nazione che comincia a respirare un’atmosfera occidentale: sui palazzi spiccano i grandi marchi delle multinazionali, tra tutti Pepsi. È chiaramente la rappresentazione di una Russia che cerca di riprendere le redini della propria epoca post-sovietica.
La città è il palcoscenico principale, quasi un protagonista aggiunto: resta sullo sfondo, eppure rappresenta costantemente il punto d’equilibrio dei momenti salienti della narrazione.
La storia si sviluppa secondo una struttura ciclica, inaugurata da un piano sequenza iniziale talmente esteso da farsi ipnotico, un movimento che torna a ripetersi coinvolgendo i tre protagonisti in una danza visiva continua.
Lo stile estetico attinge a piene mani dagli anni Duemila, giocando con un’ambiguità di fondo che disorienta lo spettatore: la grana del reale è così densa da rendere quasi impossibile distinguere la finzione costruita dal cinema della realtà. È un approccio caotico, vorace nel suo voler fagocitare ogni dettaglio, eppure pedissequo nel seguire i ritmi della vita.
Ed è così che i primi due protagonisti tengono la scena per metà film, rotta solo da fuggevoli cambi di inquadratura, facendo intravedere il contorno oltre i due giovani.
Poi, irrompe il terzo personaggio, a introdurre il dramma che mancava e a generare scompiglio.
L’opera si configura come un velato omaggio a Jules e Jim (1962) di François Truffaut, rievocandone lo spirito attraverso l’immagine simbolica della corda tesa tra i corridoi dei musei, un confine sottile tra l’osservatore e l’arte che il film tenta costantemente di scavalcare. Questa quotidianità viene restituita attraverso una tecnica che, nella sua apparente semplicità, si rivela profondamente immersiva, trasformando la visione in un’esperienza vissuta in simbiosi con i personaggi, esattamente come accade davanti a un’opera d’arte che smette di essere oggetto e diventa ambiente, diventa gesto che provoca un evento.
In questo fluire, la dichiarazione di Olya — che paragona la propria esistenza al vivere dentro un romanzo d’avventura — agisce come un perno metafisico, incastonando definitivamente il film nel territorio del metaracconto.
Il film si rivela un’opera pazza, visionaria e pervasa da un desiderio cupidico, un’urgenza di possedere l’attimo che trova la sua perfetta risoluzione formale nel finale. La chiusura non cerca la pulizia estetica, ma si affida a uno zoom “sporco”, quasi rubato, che indugia su due sconosciuti intenti a baciarsi. In quell’immagine sfocata, accompagnata da un raro momento musicale dell’intera opera, si condensa il senso del racconto.
Così come il prologo, che inizialmente appare fuggevole e di difficile decifrazione, svela la sua natura solo nei respiri finali. È un meccanismo di ritorno: una volta uniti i punti, ogni scena riemerge con una chiarezza retroattiva, dando l’impressione che l’intera vicenda fosse già scritta e presente da sempre, immobile e necessaria sotto la superficie del caos.
La Passeggiata, quindi, rafforza quell’idea di cinema digitale primitivo che sfrutta la versatilità del medium per farsi narrazione artistica contemporanea. Sta proprio qui il focus del discorso, nell’essenza della materia; nel profondo coinvolgimento delle sensazioni e non delle nozioni.
Il film può essere visionato qui.
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