La geopolitca di Schifano in mostra a Roma. Tra video, pittura e fotografia

Da tempo maturava l’idea di aprire, all’interno di questo spazio, una nuova rubrica. Un luogo di osservazione e confronto capace di spingere lo sguardo oltre il perimetro dell’immagine, là dove i linguaggi visivi si incontrano, si contaminano e ridefiniscono continuamente i propri confini.
Oggi quel progetto prende forma. Questo primo articolo vuole essere il punto di partenza di un percorso costruito, numero dopo numero, attraverso
Intersezioni.

Il nome scelto non è casuale. Intersezioni nasce per attraversare mostre, installazioni, film, opere video e tutte quelle pratiche in cui l’immagine non resta confinata a un solo medium, ma migra tra forme, spazi e linguaggi differenti, generando nuovi territori di lettura.

Il Palazzo delle Esposizioni si conferma ancora una volta uno dei principali punti di riferimento del panorama culturale italiano. La mostra di cui parleremo è dedicata a Mario Schifano, figura centrale e controversa dell’arte visiva italiana del secondo Novecento.
Più che limitarsi a ripercorrerne la carriera, l’esposizione prova a restituire la complessità di una ricerca che ha attraversato pittura, fotografia, cinema e televisione, mantenendo sempre uno sguardo critico verso il presente.

La pittura come attraversamento

Gran parte del percorso espositivo è dedicato alla pittura, nelle sue molteplici declinazioni, affrontate da Schifano con una libertà rara. Le grandi tele presenti in mostra conservano ancora oggi una forte tensione politica e sociale: opere come Palestina mostrano la capacità dell’artista di trasformare l’immagine in un campo di conflitto visivo e culturale.

Accanto ai lavori più esplicitamente politici emergono anche le opere legate al Futurismo rivisitato e alla stagione Pop. Tuttavia, ridurre Schifano alla Pop Art sarebbe limitante. La sua ricerca appare sempre attraversata da una necessità di indipendenza, quasi da un rifiuto costante di ogni possibile canonizzazione.

I temi affrontati — guerra, società dei consumi, televisione, identità collettiva — restano ancora oggi sorprendentemente attuali. La dimensione geopolitica è stata uno degli elementi centrali della sua produzione, non come semplice commento all’attualità, ma come tentativo di leggere criticamente il modo in cui le immagini influenzano la percezione del mondo contemporaneo.

“Futurismo rivisitato” – 1965-75
“Palestina” – 1990-91
“Chiamato K. Malewic” – 1984-86
“Compagni compagni” – 1968

Schifano e la crossmedialità

Uno degli aspetti più interessanti della mostra è la presenza dei lavori audiovisivi, elemento fondamentale per comprendere davvero la ricerca di Schifano.

L’artista non utilizzava video, cinema e fotografia come linguaggi secondari rispetto alla pittura, ma come estensioni dello stesso discorso visivo. La televisione, in particolare, occupa un ruolo centrale nel suo lavoro. Schifano comprende molto presto che il medium televisivo non è soltanto uno strumento di intrattenimento, ma un dispositivo capace di modificare la percezione collettiva.

Le sue opere assorbono immagini già mediate — fotogrammi televisivi, pubblicità, simboli consumistici — e le restituiscono alterate, frammentate, sovraesposte. Non c’è mai una semplice celebrazione della cultura di massa: nelle sue immagini convivono fascinazione e critica, attrazione e collasso visivo.

In questo senso, la sua ricerca dialoga apertamente con il cinema underground americano di Jonas Mekas, Andy Warhol e Stan Brakhage, pur mantenendo una dimensione più instabile e politica.

[…] Il fondo nero, i bordi stondati dei singoli frame, i colori ritoccati aprono la stagione dei Paesaggi TV, in cui l’immagine televisiva è riportata alla pittura, sigillata e distanziata all’interno di cassette di perspex. «Dieci anni fa era diverso: fotografavo sempre. Ora non più, ora guardo soltanto», dichiara Schifano nel 1982 a Marco Meneguzzo. Ora, infatti, guarda e fotografa gli schermi televisivi che si moltiplicano sulle pareti delle sue case, ne modificano la luce e i colori, lo circondano con sequenze di visioni effimere, ponendolo al centro di un carosello di immagini in movimento.

“Paesaggio TV” – 1970
Serie di Polarodi – Dettaglio
“Paesaggi TV” – 1970-71
“La televisione è diventata il nostro vero paesaggio. Prima c’era la natura, poi la città, adesso il paesaggio è fatto di immagini.”
Mario Schifano
Artista visivo

Il problema dell’allestimento video

Ed è proprio qui che emergono i limiti maggiori della mostra.

L’allestimento della componente audiovisiva appare debole, quasi marginale rispetto al resto del percorso espositivo. Le opere video — eccezion fatta per le fotografie — sembrano inserite senza una reale riflessione sullo spazio e sulle condizioni di visione.

Le proiezioni sistemate “a batteria”, la presenza costante di luce ambientale, i sistemi di ascolto poco funzionali e la collocazione di alcune installazioni in zone di passaggio finiscono per compromettere l’esperienza dello spettatore. In diversi momenti si ha la sensazione che il video venga trattato come elemento accessorio, quasi riempitivo, anziché come parte integrante della ricerca di Schifano.

Ed è un problema non secondario. Le opere audiovisive necessitano di uno spazio capace di creare attenzione, immersione e continuità percettiva. Presentarle in condizioni dispersive significa indebolire proprio quella tensione visiva e mediatica che costituisce uno degli aspetti più radicali del lavoro dell’artista.

La sensazione complessiva è quella di un’esposizione divisa in due: da una parte la forza della ricerca di Schifano, dall’altra un allestimento incapace di sostenere davvero la complessità dei linguaggi che l’artista aveva attraversato.

Veduta dell’allestimento delle opere video

La mostra, curata da Daniela Lancioni, resta comunque un’occasione importante per confrontarsi con una delle figure più influenti dell’arte contemporanea italiana.

Ma è proprio nella distanza tra la radicalità della ricerca di Schifano e la rigidità dell’allestimento che emerge una domanda centrale per questa rubrica: come si espone davvero un’opera nata per attraversare i linguaggi?

Sitografia
M. T. Roberto, Mario Schifano, la sensibilità solarizzata nel carosello intermediale, in Il Manifesto, Italia 2026
(https://cinemadoltre.com/2025/10/21/media-e-new-media-la-ridefinizione-della-creazione-tra-piattaforme-e-algoritmi-nella-cultura-visuale/)

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