“Io vivo, dunque faccio film”
Jonas Mekas
Jonas Mekas è uno dei cineasti più rappresentativi che la settima arte possa aver mai avuto nella sua grande famiglia. Un autore speciale e riservato, aperto e comunitario. Il suo sguardo è fissato nella storia dell’arte come pochi in questo settore, denotando una grande afferenza alla disciplina artistica non solo come mestierante, bensì percorrendo una strada intima e riflessiva che lo farà emergere proprio per questa sua peculiarità.
La scelta del titolo per questo approfondimento non è casuale ma precisamente mirata allo scopo, quello di enfatizzare volutamente uno dei più grandi maestri del cinema indipendente attraverso le miriadi di film che ha realizzato.
Arrivato negli Stati Uniti dalla sua amata Lituania, il filmmaker è stato fautore e promotore di un movimento che ha gettato le basi della storia della settima arte. Con il New American Cinema pone la struttura di quello che diverrà una rivoluzione estetica sull’immagine, sul concetto stesso di autonomia e della libertà assoluta della creazione artistica.
Dapprima iniziando a pubblicare riviste come Film Culture (fondata insieme al fratello Adolfas Mekas nel 1954), in cui – chiaramente -, si andava a parlare di cinema indipendente, dei suoi autori e di tutte quelle sfumature legate al cinema, spesso con qualche incursione nel “sistema” hollywoodiano. Da questa rivista nascerà poi il premio Independent Film Awards che premiava gli autori più interessanti e con una ricerca prettamente legata all’estetica del linguaggio cinematografico.
Nondimeno, la sua influenza arriverà anche in Italia dove, attraverso conferenze sul tema, nascerà la CCI – Cooperativa del Cinema Indipendente che vide tra i suoi vari esponenti autori come Gianfranco Baruchello, Mario Schifano, Paolo Gioli e diversi altri.
L’apporto di Mekas al cinema non ha paragoni con cui misurare la grandiosità del suo lavoro e del suo processo creativo. Bisogna esimersi dal farlo e concentrarsi sulla sterminata filmografia che l’autore lituano dissemina con generi e tecniche differenti.
Grazie a Mekas “far sentire la macchina da presa” – con i suoi movimenti sporchi, convulsi, ma allo stesso tempi intimi e profondi – nel cinema non rappresenta più un errore; il tremolio e l’imprecisione delle immagini sono diventate persino un vezzo manieristico attraverso cui l’autore (oggi) lascia percepire il segno della sua presenza, del suo sguardo che attraversa il mondo.
[…] Le espressioni “cinema d’avanguardia” e “cinema sperimentale” furono utilizzate tra il 1930 e il 1950. Con il termine “avanguardia” s’intendeva il cinema d’avanguardia europea, con il termine “sperimentale” l’avanguardia americana. Verso il 1950 gli artisti cominciarono a percepire che il termine “sperimentale” sembrava implicare che i loro film non fossero delle opere d’arte compiute, ma piuttosto degli esperimenti, delle prove.
Il filmare di Mekas ci ha resi partecipi di un respiro condiviso laddove, appunto, il suo metodo era propriamente legato alla poetica della quotidianità. Filmare ciò che succedeva, senza scrivere o pre-costruirsi nulla, era un atto doveroso e dovuto a tutta la cinematografia di quegli anni. A quegli autori e autrici a cui Mekas avevo guardato in passato: Marcel Duchamp, Maya Deren, Roberto Rossellini e Michelangelo Antonioni, o ancora il cinema sovietico e quello europeo, che vide e studiò con dovizia di particolari. Ecco, lo potremmo definire come un “botanico da marciapiede” in cui, quotidianamente filmava tutto ciò che gli passava davanti; come il suo progetto di un film diario o 365 day project.
[…] Tra il 1950 e il 1960 le espressioni “cinema sperimentale”, “cinema individuale” e “cinema indipendente” sostituiscono i termini “avanguardie” e “sperimentale”. Nel 1960, tuttavia, queste tre espressioni furono rifiutate perché non corrispondenti alla realtà. I termini “personale” e “individuale”, persero il loro senso quando si sviluppò il concetto di “autore”, che dimostrerà che i film di Maya Deren o di Hans Richter erano personali e individuali esattamente come lo erano quelli Bresson e di Hitchcock. Il termine indipendente invece fu recuperato dai registi di Hollywood che producevano i propri film, come Preminger. Verso il 1960, un’espressione abbastanza generica, New American Cinema, e poi nel 1961, dopo il discorso di Duchamp a Filadelfia (in cui dichiarerà che l’artista di domani “will go underground”), l’espressione cinema underground, dalla connotazione semi-politica (che si integra perfettamente con lo spirito dell’epoca), divennero di uso corrente.
Jonas Mekas, spesso coadiuvato dal fratello per cinema e progetti, rispecchia l’identità di un autore a cavallo tra la prima e la seconda metà del ‘900, inserendosi di prepotenza (e aggiungerei: per fortuna!) nel tessuto delle arti visive e non solo nel cinema. Dalla sua grande amicizia con Pier Paolo Pasolini alla frequentazione assidua e professionale all’interno della Factory warholiana dove, tra l’altro, firmerà diversi video tra cui la prima apparizione pubblica dei Velvet Underground.
Sarà lui stesso a spingere Andy Warhol a sperimentare con il medium del cinema, come sarà lui a sostenere John Cassavetes.
Filma persone sconosciute e persone simbolo di una generazione: dai suoi figli nell’intimità familiare passando per Elvis, Jacqueline Kennedy Onassis e John Lennon.
I suoi diari sono in movimento, pagine filmate di una vita piena di costellazioni meravigliose fatta di umanità, socialità e politica. Sono le pagine di intere generazioni di emigranti e artisti che si rispecchiano nella sua personalità e poetica. La sua stessa voce narrante nei film è intimista, carica di emozioni e tensioni. «My country is cinema» soleva spesso dire o «my culture is poetry» nel bellissimo film Meanwhile, A Butterfly Fly (2022) diretto da Julius Ziz che ne fa un delicato omaggio al regista lituano.
Piccoli concetti – forse anche banali per certi punti di vista -, ma se saputi leggere nel contesto storico e personale rappresentano la grandiosità di una persona che ha dato tutto al cinema, finanche la sua quotidianità più intima.
Riferimenti bibliografici
A. La Porta (a cura di), Metafore della visione. Sperimentalismo cinematografico e formazione artistica, Pendragon, Bologna 2003
Sitografia
M. Giuseppucci, I segni viventi e i poeti morti. Jonas Mekas, il New American Cinema e Pier Paolo Pasolini, in Rapporto Confidenziale, Italia 2019
(https://www.rapportoconfidenziale.org/?p=41575)
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