Nella parte iniziale di questo primo film di Joris Ivens vengono elencati diversi termini del titolo stesso: De Brug, Die Brücke, Le Pont, The Bridge (cosa molto insolita) ma a voler rimarcare l’idea stessa di attraversamento, utilizzando non solo il concetto esplicito del ponte (come struttura architettonica e di collegamento tra due punti) ma, è soprattutto, la barriera linguistica che – chiaramente – in questo film non c’è essendo senza dialoghi, attori e/o effetti sonori. Ivens lancia dunque la sua idea e segna la strada nel panorama cinematografico con un film che diviene allo stesso tempo una sorta di manifesto, ispirandosi a quelle che erano le linee guida e d’intenti della Filmliga creata dallo stesso autore insieme ad altri cineasti.
Ci troviamo nel 1928 a Koningshaven, Rotterdam (Olanda) ed è questo il contesto di base di Ivens: filmare il ponte in tutte le sue svariate angolature e possibilità.
Senza attori né strutture narrative, Ivens comincia a conoscere il mezzo della cinepresa e del cinema nel modo più semplice possibile, ovvero quello di filmare qualsiasi cosa gli capitasse per le mani. Conoscere il mezzo – per il regista olandese – significava studiarlo, attraversarlo con tutti i suoi problemi e le sue peculiarità.
Il cinema come espediente di intrattenimento, già nel 1925, era visto come qualcosa di dispersivo e futile per chi si occupava di arte.
L’etica stessa del medium cinematografico era quella di andare oltre la soglia e l’aspetto prettamente economico, per trovare una soluzione alternativa alla mercé dei giochi di potere commerciale.
[…] Per me il ponte rappresentava un oggetto di ricerca, su cui potevo studiare movimenti, luce, forme, contrasti, ritmo e i rapporti di tutti questi fattori fra loro. Sapevo che erano possibili migliaia di variazioni, e qui mi si presentava la possibilità di elaborare gli elementi base di queste variazioni.
De Brug è un chiaro esempio di come il cinema d’avanguardia dei primi anni del ‘900 fosse già ben strutturato rispetto ai tempi. In Europa, soprattutto, il fermento cinematografico era in pieno ritmo produttivo e sperimentale (anche se quest’ultimo termine non è corretto da utilizzare per definire questo periodo storico. Ne ho parlato qui in maniera più chiara e approfondita. Lo utilizzo semplicemente per comodità di linguaggio e far capire al lettore come artisti e registi immaginavano già uno sguardo lungimirante sulle immagini in movimento).
Ivens arriva a questo primo film con la conoscenza del mezzo, con l’approccio di un mestierante che si mette a disposizione della “sua” narrazione per far emergere un soggetto (il ponte) che diviene esso stesso elemento oggettuale e di snodo. Oggi definiremmo questo piccolo film come un ibrido che utilizza il linguaggio non lineare.
La verità è che oggi di questi film non se ne vedono più e, laddove ne uscisse fuori qualcuno, sarà semplicemente un rimaneggiare concetti e strutture già viste.
[…] Mentre giravo De Brug, imparai un’altra lezione, che dovevo senz’altro apprendere, è cioè che l’immagine diretta, immediata che si ha di un’inquadratura nel mirino, è completamente diversa da quella che poi si presenta sullo schermo.
Joris Ivens, definito “l’olandese volante” è un chiaro esempio – nella vasta cultura cinematografica – di come la quest abbia avuto un senso in un contesto storico in cui ancora non c’era il bisogno di mostrarla, né farla. Nonostante ciò, venne fatta, a dimostrazione di come il medium del cinema sia fortemente versatile per aprire cosmogonie sperimentali e interdisciplinari.
Tornerò a parlare delle opere di Joris Ivens – ove possibile, chiaramente -, seguendo una linea cronologica per imbastire un discorso storico/artistico e critico.
Così, il cinema di Ivens, ci indica ancora una direzione per un futuro del cinema e nelle sue parole – a chi gli chiedeva di tracciare le caratteristiche della propria opera – ritroviamo quell’umanità che oggi spesso ci appare dispersa nel cinema che comunque continuiamo ad amare:
[…] L’essere legato strettamente con gli uomini che lottano per la libertà, per l’indipendenza e sentire veramente con loro tutte le loro pene, tutta la loro forza, tutte le loro aspirazioni e tutte la loro gioia; il cercare di essere vicinissimo a tutto questo, di scoprire gli elementi che per loro sono normali e ordinari e valutarli nel loro significato politico straordinario, che è nella direzione del futuro”.
Riferimenti bibliografici
J. Ivens, IO-CINEMA – Autobiografia di un cineasta, Biblioteca Longanesi & C., Milano 1979
Sitografia
T. De Pace, Filmare il vento: l’utopia di Joris Ivens, in Sentieri Selvaggi, Italia 2002
(https://www.sentieriselvaggi.it/filmare-il-vento-lutopia-di-joris-ivens/)
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Una risposta a ““De Brug” – Il film ponte di Joris Ivens”
[…] avanguardistico dei primi del Novecento; il riferimento è a questo articolo, in cui analizzo De Brug (Il ponte), suo esordio cinematografico. Se i movimenti d’avanguardia sono stati fautori di innovazioni […]