La “Pioggia” di Ivens e l’inizio del Cinépoème

Vi ho già parlato di come l’influenza e la lungimiranza di Joris Ivens abbiano contribuito a definire il panorama artistico e cinematografico del periodo avanguardistico dei primi del Novecento; il riferimento è a questo articolo, in cui analizzo De Brug (Il ponte), suo esordio cinematografico. 
Se i movimenti d’avanguardia sono stati fautori di innovazioni materiche ed estetizzanti sul medium del cinema, Ivens lo è stato, per così dire, “da solo”; attraverso la sua conoscenza del mestiere il cinema ha goduto di una stasi e di una qualità artistica che per quegli anni era davvero notevole. Quest’ultimo riferimento pone le sue basi su anni di studi, ricerca e film che ho visto e analizzato, arrivando – appunto – a definire Ivens come regista unico nel suo universo.
Basti soffermarsi solamente su De Brug e Regen, per apprezzare la maestosità innovativa del regista olandese (con la sapienza e l’intelligenza dei giusti paragoni artistico/storici del caso).

La Pioggia – film di cui tratteremo oggi – è un’apoteosi di spettacolarità. 
Si, lo so. Questi due termini sono “grandi” e “complessi” e carichi di responsabilità, ma se giustapposti nei punti corretti capirete il senso di tanto elogio! Per farlo, innanzitutto, non vi basterà leggere questo articolo, ma dovreste vedere il piccolo film dell’”olandese volante”.
Fatto questo passaggio apprezzerete i miei termini!

Regen (1929) – Frame da film

Tornando al film, uscito nel 1929, Ivens conferma e rafforza la sua idea di un cinema primitivo ma essenziale, corposo e magico, dove l’oggetto rappresentato non è semplicemente una forma con una funziona ben specifica ma assume una sua filosofia, una sua oggettualità; laddove chiaramente il soggetto è architettonico o plastico (nel senso di modellabile). Se invece, come in Pioggia, il soggetto rappresentato è un elemento naturale, allora tutto assume di conseguenza un fattore relativamente romantico (anche senza l’ausilio del sentimento in sé). 
Potrei azzardare a dire che Pioggia di Joris Ivens sia il primo film in assoluto sul senso dell’amore, sull’estetica del bello (nel cinema) e sulla perfetta costruzione della formalità artistica.

Nel titolo del seguente articolo cito proprio il cinempoémè come “evento” scatenante di una fenditura che da lì si è aperta per deliziarci di tanta poesia che sarebbe arrivata nelle opere filmiche avvenire, non solo Ivens, ma penso a René Clair, George Méliès, Marcel Duchamp o Maya Deren, senza scomodare gli anni ‘60 e ‘70, ecco.

Nel contesto delle avanguardie francesi, il cinépoème si afferma come una forma cinematografica svincolata dalla narrazione tradizionale, in cui il film diventa un atto di scrittura poetica per immagini. Come sostiene Germaine Dulac, il cinema raggiunge la sua piena espressione artistica quando rinuncia alla funzione illustrativa del racconto e affida al ritmo visivo, al montaggio e alle sensazioni pure il compito di generare significato, trasformando lo schermo in uno spazio di esperienza poetica.


La Pioggia è un resoconto filmico di un evento meteorologico raccontato sapientemente dalle riprese e dal montaggio di Ivens tanto che – come racconta lui stesso nella sua autobiografia -, le persone in sala dovettero mettersi gli impermeabili addosso per premura che l’acqua li bagnasse. Aneddoto davvero interessante e divertente che sintetizza quello “stupore” che – in quegli anni – era all’ordine del giorno. La fascinazione del cinema come nuovo mezzo espressivo causava anche questo.

Regen (1929) – Frame da film

Riferimenti bibliografici
P. Hillairet (a cura di), Germaine DulacÉcrits sur le cinéma (1919‑1937), Paris Expérimental, Parigi, 1994

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