Il Leviatano è una figura mitologica, un mostro marino primordiale citato nell’Antico Testamento e divenuto celebre come metafora filosofica grazie all’omonimo trattato politico scritto da Thomas Hobbes nel 1651.
Andrey Zvyagintsev pone il suo punto di partenza proprio qui, nel voler reinterpretare – in chiave contemporanea – una vecchia parabola ambientandola in Russia. La pellicola è co-scritta con Oleg Negin che lavora in sintonia con il regista realizzando una sceneggiatura profondamente intima e drammatica (tanto da vincere il premio al Festival di Cannes nel 2014 come miglior sceneggiatura originale).
Leviathan (Левиафан, 2014) diventa uno dei punti narrativi più importanti per il regista russo, rafforzando la sua idea di affinamento artistico a Andreij Tarkovskij.
La storia è messa in scena nel nord della Russia, con delle ambientazioni naturali meravigliose, in un piccolo villaggio costiero sulle sponde del mare di Barents, nell’estremo nord-ovest, vicino al confine con la Norvegia. Del resto, i prologhi visivi di Zvyagintsev hanno spesso un apripista sul contesto naturale, come anche per Loveless (2017).
Il villaggio in questione sembra apparentemente molto comune, pacato e povero e dove i protagonisti vivono di una quotidianità semplice, senza artefatti né – pare – connessioni con il resto della nazione.
Una storia forte che rende spietati i componimenti visivi e in cui gli spettatori si ritroveranno durante le due ore di fruizione per assistere, inermi, a tempi dilatati, assenza di musica, silenzi e drammi che ci trasportano a vivere e condividere le vicissitudini di questi protagonisti che non solo rispecchiano il ceto medio, ma vanno oltre i confini per scarnificare i miti e le logiche della becera società corrotta. In Russia, come in Italia e come, purtroppo, in tutto il mondo.
La trama è presto detta: Kolja (Aleksey Serebryakov), meccanico, rischia di perdere casa e terreno per un esproprio voluto dal sindaco corrotto. Chiama in aiuto un vecchio amico, Dmitrij, avvocato di Mosca (interpretato da Vladimir Vdovičenkov), che porta un dossier compromettente per fare pressione ai membri del governo. Tra tensioni familiari, polizia connivente e una relazione ambigua che nasce tra l’avvocato e la moglie di Kolja, Lilja (Elena Lyadova) la vicenda precipita verso un finale tragico.
Il regista ci parla di uno spaccato sporco, di un mondo dove la meritocrazia non ha il benché minimo spazio di manovra. Tutto si risolve attraverso la corruzione, il ricatto, la vendetta. Dal sindaco della città ai cari amici di famiglia, senza pietà né rimorsi.
Un film duro che dimostra e rafforza l’idea di come la Russia, in questo caso specifico, non sia esente da problematiche interne strettamente connesse al potere tra politica e fede. Un legame che Stato e Chiesa non sembrano avere alcuna intenzione di sciogliere.
Riunendo queste piccole vite parrocchiali, Zvyagintsev allude a qualcosa di marcio nel corpo politico: squamoso per la corruzione, intriso di alcol e infiammato dalla retorica della Chiesa. Eppure il film non è né rancoroso né disordinato; la macchina da presa rimane imperturbabilmente calma.
Leviathan e Il sacrificio: due sguardi sull’abisso
È oltremodo importante fare una breve disamina sull’influenza tarkovskiana.
Entrambi i film si aprono su un paesaggio costiero, quasi sacro. Tarkovskij crede ancora in un dialogo possibile con l’assoluto: il sacrificio di Alexander è un atto di fede che funziona, salva il mondo, anche a costo della follia. Zvyagintsev ne scrive invece la parodia amara: Kolja perde tutto senza che nessuna trascendenza risponda. Non c’è un Dio a cui offrirsi, solo lo Stato e la Chiesa ortodossa, complici nello schiacciare l’uomo comune — il “Leviatano” del titolo, mostro biblico e potere hobbesiano insieme.
Dove Alexander sceglie di sacrificarsi, Kolja subisce soltanto: è un Giobbe moderno senza nemmeno la garanzia di un senso spirituale alla sua rovina. La differenza misura anche la distanza storica tra i due autori: l’URSS di Tarkovskij permetteva ancora un afflato metafisico; la Russia post-sovietica di Zvyagintsev mostra una fede catturata dal cinismo del potere.
Non a caso i finali si specchiano: l’albero secco di Tarkovskij lascia un’ambigua speranza; la chiesa nuova e luccicante di Zvyagintsev, costruita sulle macerie della vita di Kolja, è pura desolazione.
Resta un fatto molto concreto: Andrey Zvyagintsev si conferma un autore consolidato, forte, coerente e sincero.
Ci fa male il film di Zvyagintsev. Molto. Dipinge uno scenario amarissimo in cui la democrazia è morta in quanto trasformatasi in tirannide senza che ce ne accorgessimo, elevando la triste vicenda di un uomo come tanti a sineddoche di un mondo che non si riconosce più. Quando la casa di Kolja viene distrutta la scena è di un tale impatto che pare d’essere lì con lui a provare lo stesso devastante dolore. Finché non vedrete Leviathan non saprete mai quanto può essere spaventosa una ruspa.
Sitografia
A. Lane, Leviathan, in The New Yorker, USA 2015
(https://www.newyorker.com/goings-on-about-town/movies/leviathan-4)
B. Sorbini, La ruspa e lo Stato: “Leviathan”, in Cinefilia Ritrovata, Italia 2015
(https://www.cinefiliaritrovata.it/la-ruspa-e-lo-stato-leviathan/)
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