Ritorno a Seoul (2023) di Davy Chou si rivela come una decompressione emotiva violenta, un’opera capace di eludere i rassicuranti tropi del dramma dell’adozione per costruire un ritratto esistenziale dove la superficie filmica rispecchia con precisione la frattura interiore della protagonista Freddie (interpretata dalla brava Park Ji-min).
L’introspezione all’interno della pellicola non avviene mai attraverso la parola rassicurante o il chiarimento verbale, ma si manifesta attraverso una corporeità inquieta e refrattaria a qualsiasi forma di assimilazione. Freddie non guarda dentro di sé con la serenità del riflettore; la sua introspezione è piuttosto un cortocircuito costante. Cresciuta in Francia, la ragazza giunge a Seoul quasi per caso, portando con sé una corazza di cinismo e una sensualità usata come arma di difesa. La regia di Chou cattura questo lavoro interiore nei momenti in cui il corpo devia dalle aspettative sociali della cultura coreana, dalla rigidità posturale durante i pranzi di famiglia all’uso provocatorio dell’alcol, fino alla danza sfrenata nei club. L’analisi interiore affiora così nei vuoti di senso, nei momenti di silenzio in cui la protagonista osserva il proprio riflesso tentando di decifrare una genealogia aliena, rivelando che l’abbandono non è un enigma da risolvere, bensì una ferita primaria da integrare nella propria esistenza.
Parallelamente, la ricerca di una nuova identità si distacca dal cinema classico della diaspora, che spesso rincorre la ricomposizione dell’unità spezzata. Davy Chou firma invece un’opera sulla rigenerazione continua e dolorosa dell’individuo. Freddie rifiuta categoricamente l’etichetta di vittima e non concepisce l’identità come una radice immobile da ritrovare nel sottosuolo, ma come una materia proteiforme.
Attraverso ampie ellissi temporali che scavalcano gli anni, il film mostra l’evoluzione della protagonista da presenza caotica e dirompente a figura cinica integrata nei corridoi del potere economico, fino a farsi eremita in costante fuga dalle aspettative altrui. La ricerca identitaria diventa così un atto di costante tradimento nei confronti di chi vorrebbe incasellarla, trasformando il soggiorno a Seoul non in un ritorno a casa, ma in uno strumento per distruggere e ricostruire sé stessa.
Questo percorso interiore si rispecchia perfettamente nella solitudine dei luoghi, un aspetto visivo e scenografico che dialoga direttamente con la poetica degli spazi cara a Seoul che – tra l’altro – non viene mai rappresentata come una metropoli pittoresca o accogliente, ma come una successione di spazi marcati da una profonda solitudine affettiva. I bar e i ristoranti saturi di luci al neon isolano i personaggi anziché unirli, trasformando i pasti in dolorose pantomime a causa della barriera linguistica. I corridoi del centro di adozione si mostrano come ambienti burocratici e asettici dove la storia umana si riduce a faldoni e attese, mentre la campagna del padre biologico si rivela un luogo soffocante, impregnato di senso di colpa e incomprensione. Attraverso architetture urbane che sembrano respingerla, Freddie vaga in un labirinto sensoriale dove ogni angolo ribadisce la sua condizione estranea.
Davy Chou – qui al suo secondo lungometraggio – costruisce un dramma esistenziale tagliente, sorretto da una colonna sonora magnetica e da un montaggio che asseconda le interruzioni emotive della sua straordinaria interprete. Rifiutando le risposte facili e le riconciliazioni di maniera, il film consegna lo sguardo sulla deriva di un’anima per la quale la vera patria non è più un luogo geografico o una famiglia ritrovata, ma l’accettazione del proprio irrimediabile disordine.
Questo film valse al regista molti premi internazionali, tra i più riconosciuti sicuramente la partecipazione a ‘Un Certain Regard’ al Festival di Cannes e l’inserimento nella shortlist degli Oscar come ‘Miglior Film Internazionale’ (in rappresentanza della Cambogia) e diversi altri.
Ritorno a Seoul (Return to Seoul)
(Francia, Germania, Belgio, Corea del Sud, Romania, Cambogia, Qatar, 2023)
Regia: Davy Chou • Sceneggiatura: Davy Chou • Produzione: Katia Khazak, Charlotte Vincent • Musiche: Jérémie Arcache, Christophe Musset • Suono: Dirk Bombey • Fotografia: Thomas Favel • Montaggio: Dounia Sichov • Scenografia: Shin Bo Koung, Chi-youl Choi • Effetti visivi: Yannig Willmann • Costumi: Claire Dubien, Choong-yeon Lee • Interpreti: Park Ji-min, Oh Gwang-Rok, Guka Han, Kim Sun-young, Yoann Zimmer • Durata: 119′ • Scheda film: IMDb
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