Rivista digitale di critica cinematografica

Simone La Rosa e Noemi Romano – Il cinema sopraffine

Conversazione con Simone La Rosa e Noemi Romano

Alla fine del mese di giugno del 2025, in un borgo della Sicilia, si è svolta la 1^ edizione di un piccolo Festival del Cortometraggio. Alla base dell’identità del festival c’è proprio l’idea di dare voce ai registi e alle registe emergenti e far sì che la volontà di un piccolo paese potesse essere roccaforte del linguaggio del cinema italiano (e non solo).

Nella cornice di Pettineo (ME) sono stato coinvolto a prendere parte alla giuria artistica per valutare, analizzare e criticare tutti i film in concorso, circa 480 opere provenienti da diverse parti del mondo. Tra di esse – di cui ne parlerò ulteriormente, oltre questa intervista – ci sono film che hanno lasciato un segno indelebile dentro la mia mente. Di quei segni che non possono essere dimenticati, anche tra diversi anni, perché rimarranno come una cicatrice, sempre visibile a contatto.

Gli autori che voglio farvi conoscere per la rubrica Conversazioni sono Simone La Rosa e Noemi Romano. Entrambi hanno firmato e portato sugli schermi The End, piccola pietra preziosa che si incastona nell’universo cinematografico che amo.

Noemi Romano in The End (2025) – Frame dal film

Ciao Simone, ciao Noemi! Vi presentate brevemente ai nostri lettori?
Ciao a te e a tutti i lettori! 

Mi chiamo Simone, ho 31 anni e sono nato e cresciuto a Catania. Mi piace definirmi filmmaker per via della passione che nutro da sempre per quest’arte, e per la fortuna di poter lavorare nel mondo dell’audiovisivo. Nel 2017 ho co-fondato Visualazer, una casa di produzione nata insieme ad alcuni amici, con cui collaboro tutt’oggi nel settore pubblicitario, dirigendo spot e documentari. Nel corso degli anni, con la mia società ho anche prodotto diversi cortometraggi indipendenti, sostenendo giovani registi emergenti che, come me, sognano di fare del cinema la propria vita.

Sono Noemi, ho 30 anni e vengo da Catania. La mia passione per le storie mi accompagna da sempre: che siano scritte, raccontate sullo schermo o portate in scena, il loro potere di emozionare e far riflettere mi ha sempre affascinata. Dopo cinque anni di studi di recitazione e due di sceneggiatura, oggi faccio parte di una compagnia teatrale catanese, ma il mio orizzonte è la scrittura per il cinema. Il mio sogno, e obiettivo, è diventare sceneggiatrice, per dare voce a personaggi e mondi che ancora non esistono, con l’obiettivo di comunicare e trasmettere emozioni allo spettatore.

Come nasce l’idea del cortometraggio e di cosa parla?
Noemi: Lo scorso novembre abbiamo preso parte al 48 Hour Film Project, un concorso internazionale che sfida i partecipanti a scrivere, girare e montare un cortometraggio in sole 48 ore, partendo da elementi obbligatori come genere, personaggi e battute da inserire.

All’inizio non è stato semplice trovare un’idea che ci convincesse davvero. Le prime fasi del brainstorming erano frammentarie, confuse, come spesso accade quando si cercano storie forti da racchiudere nella tempistica della narrazione breve. Poi, all’improvviso, è arrivata un’immagine molto potente: una donna che si scava la fossa e ci si adagia dentro. Da lì, il resto è venuto quasi da sé.
Le azioni, i suoni, i dialoghi… tutto ha iniziato a fluire con naturalezza. La sceneggiatura è nata in pochi minuti, come se fosse già lì, pronta ad emergere.

Il nostro cortometraggio affronta temi complessi, come la morte, il rapporto con l’altro, il senso dell’esistenza e il modo in cui scegliamo di viverla. Abbiamo scelto consapevolmente di non spiegare troppo, ma di lasciare spazio alle sensazioni, all’ambiguità, alla libera interpretazione. Ogni spettatore ci ha restituito una lettura diversa, spesso cogliendo sfumature che neanche noi avevamo previsto. Questo è ciò di cui siamo più fieri: essere riusciti, tramite il linguaggio visivo, a raccontare una storia in modo intimo e personale.

La regia che avete messo in scena è delicata, ben strutturata e bella esteticamente. Come vi siete approcciati ad essa?
Simone: Innanzitutto, grazie per le belle parole sulla regia. È sempre interessante e arricchente scoprire quali aggettivi un critico sceglie per descrivere il tuo lavoro. Con The End ho avuto l’opportunità di esplorare uno stile registico che mi ha sempre affascinato: quello in cui la macchina da presa resta quasi sempre immobile. Prima di girare il cortometraggio, avevo approfondito – anche grazie a Noemi – il cinema di Kaurismäki e Kiarostami, e sono rimasto profondamente colpito dalla loro regia e dal loro realismo poetico. La scelta di mantenere la camera fissa e lasciare che fosse il mondo a muoversi all’interno dell’inquadratura è stata per me una fonte di grande ispirazione. In The End, partecipando anche come attore, ho potuto unire una necessità tecnica a un’intenzione estetica: non muovere la macchina e lasciare che fossimo noi, i personaggi, a muoverci dentro il quadro. Questo approccio mi ha permesso di porre un’attenzione particolare alla fotografia, alla composizione dell’immagine e alla recitazione.

Noemi Romano in The End (2025) – Frame dal film

Il corto è girato in 4:3, formato che personalmente piace tantissimo. Ho notato che molti autori/ci negli ultimi anni lo stanno utilizzando. Voi avete un’idea precisa e concettuale di questa scelta o è prettamente una pura casualità?
Simone: Concordo con te. Negli ultimi anni, non solo nel cinema ma in tutto il panorama audiovisivo, si è assistito a un ritorno marcato all’uso del formato 4:3. Spesso mi viene da definirlo una moda, soprattutto quando lo vedo impiegato in opere che, a mio avviso, non ne traggono un reale beneficio espressivo. E lo ammetto: anche io, in passato, sono stato “vittima” di questa tendenza estetica.

Nel caso di The End, però, il 4:3 è stata una scelta pienamente consapevole. Il corto è nato da un’immagine molto chiara: una donna dentro una buca, in attesa della propria fine. Quando questa inquadratura ha preso forma nella mia mente, l’ho vista da subito in 4:3. Ho scelto questo formato perché mi offriva una maggiore centralità nella composizione e mi permetteva di trasmettere una sensazione di isolamento.
Volevo che i personaggi apparissero intrappolati, stretti dentro un mondo che sta per finire. Adottare questo formato mi ha dato gli strumenti visivi per rendere tutto ciò con coerenza e forza.

Noemi, la tua interpretazione l’ho trovata molto naturale, quasi come se fossi parte di un contesto reale e non di finzione cinematografica. Per dei momenti si ha la percezione che quello che si sta guardando non sia “finto” ma un’estensione della realtà. Ci parli un po’ del tuo ruolo e di come è nato il tuo personaggio?
Noemi: Durante il mio percorso di formazione ho avuto la fortuna di essere guidata da Gabriella Saitta, insegnante della scuola Atman Creative Lab. Con lei ho imparato che recitare non significa solo “interpretare”, ma scavare a fondo dentro di sé. Gabriella mi ha accompagnata non solo nell’apprendimento tecnico dell’arte attoriale, ma soprattutto in un percorso di consapevolezza emotiva: tirare fuori quelle emozioni nascoste, quelle più scomode, che spesso tendiamo a seppellire. È un tipo di studio che insegna ad affrontare le storie con verità, senza filtri.

Il personaggio che interpreto nel cortometraggio è una creatura che sceglie consapevolmente di restare sull’isola, di non salvarsi, di abbracciare la fine. Una decisione estrema che rivela una solitudine preesistente, radicata: lei era sola già prima di trovarsi sola fisicamente. Era sola nell’anima.
Darle corpo e voce è stato, per me, un’esperienza complessa e profondamente personale. In un certo senso, è stato “facile”, perché ho potuto attingere a una parte di me che in passato ha conosciuto l’isolamento, il sentirsi spettatrice del mondo anziché parte di esso. Ma proprio per questo è stato anche molto difficile: tornare a contatto con emozioni da cui per anni avevo cercato di prendere le distanze non è mai semplice.

Quando interpreto un personaggio, cerco di entrarci completamente, di viverlo davvero. In quel momento ho sentito la sua solitudine, il gelo della terra sotto di me, ma anche il calore inatteso di un incontro. È in quella tensione tra distanza e prossimità che, credo, il personaggio possa prendere vita.

Simone, cosa significa per te il termine cinema indipendente? 
Simone:  Per me il cinema indipendente significa libertà creativa. E non parlo solo della libertà da un produttore o dalle logiche del mercato, ma di quella libertà che nasce proprio dai limiti: pochi mezzi, risorse minime, e l’urgenza di far nascere idee proprio dentro quei vincoli.

The End l’abbiamo realizzato senza alcun investimento, solo io e Noemi, con una troupe ridotta all’essenziale e utilizzando esclusivamente l’attrezzatura che avevamo a disposizione. Questi limiti, anziché frenare, hanno dato forma al progetto. Hanno contribuito a quel senso di realismo che attraversa il corto, anche grazie all’uso di location autentiche, non alterate dalla scenografia.

Il cinema indipendente, per me, è anche una palestra creativa. È il modo in cui rispondo alla mia necessità viscerale di raccontare, di creare. Ma è anche una risposta a tutte quelle frasi che, prima o poi, ti senti dire:
“Non ce la farai mai.”
“Non è cosa per te.”
“Il cinema lo fanno in pochi.”
Ecco, io a quelle voci rispondo facendo film. Con quello che ho, come posso. Ma sempre con verità.

Durante il festival ci siamo scambiati diversi pensieri. Mi avete anche accennato che The End è interamente autoprodotto. Secondo voi, se poteste tornando indietro e con una produzione alle spalle, sarebbe cambiato qualcosa nell’approccio filmico della storia o avreste fatto lo stesso percorso evolutivo che conosciamo oggi?
Noemi: Crediamo fermamente che la forza di The End risieda anche, e forse soprattutto, nella sfida che abbiamo affrontato nel realizzarlo completamente da soli, senza il supporto economico o tecnico di terzi.  Tutto quello che si vede sullo schermo è frutto del nostro lavoro, delle nostre idee, delle nostre mani.

The End è quello che è proprio perché lo abbiamo creato noi, affrontando insieme tutte le difficoltà pratiche e creative che comporta produrre un cortometraggio in sole due persone. Abbiamo già in mente progetti futuri che richiederanno una produzione più strutturata e ci entusiasma l’idea di collaborare con altri professionisti per costruire qualcosa di più grande, insieme. Ma per The End non cambieremmo nulla. Rifaremmo tutto esattamente allo stesso modo.

Per noi, la magia di questa storia sta anche in questo: nella sua essenza artigianale, a tratti difettosa, nel suo essere nata in modo puro, diretto, quasi istintivo. È un piccolo film che ci rappresenta in pieno, dalla prima all’ultima scena.

Noemi Romano in The End (2025) – Frame dal film

Diteci le vostre influenze cinematografiche, autori o autrici che hanno lasciato un segno nel vostro animo.
Simone: La poetica di Kiarostami mi ha colpito profondamente: ammiro la sua capacità di raccontare la vita quotidiana con una delicatezza disarmante. Allo stesso modo, nutro una grande ammirazione per Ingmar Bergman, soprattutto per come riesce a far emergere le emozioni più complesse dai suoi attori.
Sono rimasto affascinato dalla fotografia dei film più recenti di Yorgos Lanthimos, in particolare dal suo uso delle inquadrature grandangolari, capaci di creare un’estetica disturbante e ipnotica al tempo stesso.

Ho sempre apprezzato Christopher Nolan per il suo talento nell’intrecciare più linee temporali e nel costruire trame complesse ma profondamente coinvolgenti.
Quando ho iniziato a guardare il cinema con occhi diversi, è stato Giuseppe Tornatore a farmi capire quanto desiderassi davvero intraprendere questo percorso. Il suo linguaggio autoriale, che ruota attorno alla memoria e alla nostalgia, mi ha toccato nel profondo.
Ultimamente sto scoprendo i documentari di Wim Wenders… e che dire, il nostro tedesco atipico spacca davvero!

Noemi: Le mie influenze cinematografiche sono piuttosto variegate, ma se c’è un filo conduttore che le unisce è la capacità dei registi che ammiro di trasmettere emozioni autentiche, profonde, spesso spiazzanti.
Adoro l’impatto visivo e concettuale di Kubrick, la precisione tecnica e la tensione costruita da Hitchcock, la delicatezza poetica con cui Kore’eda racconta i legami umani. Amo l’ironia e il gusto per l’eccentricità che caratterizzano il cinema di Wes Anderson, la sensualità di Luca Guadagnino, la passione bruciante di Damien Chazelle e la capacità di Yorgos Lanthimos di spingere la narrazione verso territori scomodi.

Credo che tutti questi autori riescano a creare universi memorabili e ognuno mi ha insegnato qualcosa su come costruire un mondo narrativo che lasci il segno.

Grazie ad entrambi per averci lasciato sperare in una “fine” più bella, più dolce e divertente.
Grazie di cuore per aver guardato e accolto la nostra storia. Condividerla con persone sensibili e attente come te è ciò che dà senso a tutto questo lavoro.

La consegna della menzione speciale per The End

The End si aggiudica la menzione speciale alla 1^ edizione del Pettineo Short Movie Fest con merito, grazia e visione estetica che ci fa sognare per un futuro promettente sulle immagini in movimento.

Pettineo Short Movie Fest – TUTTI GLI ARTICOLI


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