La transizione dall’era dei mass media a quella dei new media ha generato una mutazione epistemologica profonda nella cultura visuale, un fenomeno che va oltre la mera adozione di nuovi strumenti e ridefinisce la natura stessa della creazione artistica e registica. Non siamo di fronte a semplici canali alternativi, ma a veri e propri ambienti performativi che impongono le proprie logiche estetiche e narrative. Questa trasformazione è alimentata dal ruolo onnipresente dell’immagine digitale e dalla supremazia dell’algoritmo.
L’evoluzione del linguaggio: dalla linea alla loop-ability
L’architettura dei new media, esemplificata da piattaforme come TikTok o Instagram, ha smantellato il principio della narrazione lineare e conclusa che dominava il cinema e la letteratura. L’immagine digitale si fa frammentata, effimera e interconnessa. Il racconto non aspira più all’integrità temporale, ma alla massima efficienza comunicativa nell’arco di pochi secondi o di uno swipe. L’artista e il regista si confrontano con un pubblico abituato alla loop-ability, al continuo remix e alla cultura visuale del feed infinito. La creatività si piega spesso alla necessità di generare il “gancio” visivo istantaneo, privilegiando l’impatto immediato sulla profondità meditativa. L’opera, sia essa un breve video o un’installazione VR, non è più un manufatto isolato, ma una componente di un flusso, il cui significato si completa attraverso la sua condivisione e contestualizzazione sui social, un processo che costringe il creativo a pensare in termini di transmedialità fin dalla prima idea.

Il contratto collettivo: co-creazione e crisi dell’autore
I nuovi ambienti digitali hanno innescato una democratizzazione della produzione visuale che ha ribaltato la relazione gerarchica tra creatore e fruitore. Il pubblico, armato di smartphone e software di editing accessibile, passa da ricevente passivo a “prosumer” attivo, capace di remixare, commentare e persino sabotare l’opera originale. Questo passaggio dall’audience alla community comporta una rinegoziazione del concetto di autorialità.
Il valore di un’opera è sempre più legato alla sua viralità e alla sua capacità di generare risposte e partecipazione. L’artista quindi, si trova a gestire una creazione che, una volta lanciata, acquista una vita propria e viene plasmata dal feedback immediato. Il dibattito qui si concentra sulla coesistenza tra il controllo creativo tradizionale e la libertà partecipativa del collettivo digitale, dove la ricerca di un’autenticità visiva, paradossalmente, si manifesta attraverso l’accettazione della sua potenziale manipolazione e diffusione incontrollata.
La vera forza motrice di questa nuova cultura visuale non è solo la tecnologia, ma l’algoritmo, il curatore invisibile che determina la visibilità e, di conseguenza, il successo o l’oblio. I modelli di business basati sull’economia dell’attenzione trasformano i contenuti visuali in dati da ottimizzare per l’engagement. Questo ha generato nuove estetiche specifiche del digitale come l’Instagram face – un modello di bellezza standardizzato e filtrato – o l’uso quasi obbligatorio di formati verticali che rompono la tradizione visiva orizzontale.
Le tecnologie emergenti, come l’Intelligenza Artificiale (IA) generativa, intensificano questa tensione, ponendo interrogativi radicali sulla paternità e sul lavoro creativo nell’arte visuale. L’IA non è solo uno strumento, ma un soggetto che può emulare, ibridare o superare la skill umana, costringendo artisti e registi a interrogarsi sul confine tra creazione originale e simulazione avanzata. L’arte stessa si fa critica di questa realtà, esplorando temi di sorveglianza, bias algoritmico e la crisi della veridicità in un’epoca di deepfake e manipolazioni visive immediate.
L’approccio critico dei creativi, attraverso interviste, può svelare come si muovono tra la necessità di visibilità algoritmica e il desiderio di mantenere un’integrità artistica in un sistema economico dove l’arte è costantemente mercificata e la sua diffusione è subordinata alle regole di piattaforme gigantesche.
Il problema centrale è che la storia della media art, allineandosi in maniera piuttosto esplicita con i nuovi media – si intende quelli digitali, e in misura minore altre aree delle collaborazioni artistico-scientifiche – ha causato una sorta di divisione disciplinare fra se stessa e la storia delle altre media art.
In conclusione, come Agostino disse del tempo, << finché nessuno mi chiede di descriverlo, so perfettamente cosa sia >>.
Tre artisti della scena contemporanea
Giuseppe Lo Schiavo
Il percorso artistico di Giuseppe Lo Schiavo si distingue per una ricerca in costante equilibrio tra il mondo reale e quello digitale, un’ibridazione che lo definisce come un prototipo di artista contemporaneo, formato tra architettura e fotografia e profondamente influenzato da scienza e tecnologia. La sua poetica si manifesta attraverso diversi media, dalla fotografia alla video arte, fino alle installazioni e, più recentemente, agli NFT, ma mantiene una coerenza tematica incentrata sulla relazione dicotomica tra uomo, natura e artificio. Opere come Wind Sculptures, ad esempio, documentano performance effimere in ambienti naturali dove teli termici — un materiale tecnologico — vengono trasformati dal vento in sculture sinuose, dimostrando come la fotografia sia per lui un mezzo per reinventare la realtà, spesso con forti richiami al teatro e a leggi fisiche simulate. Lo Schiavo non utilizza il digitale per creare un mondo senza limiti, ma al contrario, sfrutta gli strumenti come l’intelligenza artificiale e la computer grafica per costruire realtà complesse che rispondono a regole precise, spesso veicolando messaggi di denuncia sociale o esplorando la narrativa post-umana. La sua capacità di unire l’ispirazione estetica a una ricerca scientifica o sociologica, e di muoversi fluidamente tra l’esposizione fisica in gallerie e musei internazionali e la creazione di criptoarte su piattaforme globali, evidenzia una pratica artistica “sempre in movimento” e fortemente consapevole del dialogo tra il medium e il significato dell’opera.
Antropogenica, presentata a Time Square è un chiaro esempio della grande poliedricità dell’artista di origini calabrese.

Rafaël Rozendaal
ll percorso artistico di Rafaël Rozendaal si è affermato come una delle voci più originali e accessibili della Net Art contemporanea, dove il codice e il dominio web sono elevati a mezzo pittorico e oggetto d’arte collezionabile. L’artista olandese-brasiliano ha sistematicamente utilizzato siti web autonomi, ciascuno con un titolo evocativo, come tele digitali dove esplorare il colore, il movimento e la luce. A differenza di molti pionieri del genere, Rozendaal tende a discostarsi dalla critica sociale e dall’interattività complessa per concentrarsi su un’estetica pura e minimale, creando animazioni fluide e spesso ipnotiche che si sviluppano in loop infiniti, invitando l’osservatore a una contemplazione quasi meditativa dell’ambiente digitale.
L’unicità del suo approccio risiede anche nel suo modello di distribuzione: vendendo i siti web assieme ai loro nomi di dominio esclusivi, Rozendaal ha messo in discussione in modo diretto e pragmatico i concetti di proprietà, unicità e conservazione nell’arte digitale, pur mantenendo le opere universalmente accessibili. Negli anni, il suo interesse per le strutture e gli algoritmi è trasceso il display, portandolo a creare opere fisiche come gli arazzi e i dipinti lenticolari, che traducono la sua visione estetica astratta e geometrica, radicata nel digitale, in texture e materiali tradizionali. Progetti come Abstract Browsing, che trasforma il web in un astratto compositivo attraverso un plug-in, evidenziano la sua fascinazione per la visualizzazione delle strutture del codice. L’evoluzione della sua carriera, culminata anche nell’adozione degli NFT per certificare l’unicità dei suoi lavori digitali, testimonia un continuo e coerente sforzo nel colmare il divario tra l’online e l’offline, tra l’arte universale e il mercato, e nel trattare lo schermo come la tela del ventunesimo secolo.
L’opera intotime.com di Rafaël Rozendaal è un esempio di come il suo percorso artistico sia arrivato a definirsi tra tela e schermo visivo.

Francesco D’Isa
ll percorso di Francesco D’Isa è notevole per la sua profonda compenetrazione tra filosofia, scrittura e arte visiva, trovando nel medium digitale, in particolare nell’Intelligenza Artificiale generativa, il suo campo di sperimentazione più attuale e concettuale. Importante ricordare come Sunyata sia stato il primo fumetto (almeno in Italia) generato con IA e creato interamente da D’Isa per essere poi divulgato gratuitamente e digitalmente, ridefinendo un nuovo approccio alla Nona Arte e di come esso possa portare una trasformazione non-narrativa in un’espediente artistico che fa della conseguenzialità una sua prerogativa.
Di formazione filosofo, D’Isa traduce le sue riflessioni sull’esistenza, l’evidenza assurda e il post-umano in un immaginario visivo estremamente personale, caratterizzato da un’estetica ricercata che fonde disegno, illustrazione e tecniche di generazione algoritmica. Il suo approccio all’IA è tutt’altro che passivo: l’artista agisce come un abile orchestratore del mezzo, utilizzando l’abilità nella stesura dei prompt non solo per creare immagini perfette, ma soprattutto per guidare deliberatamente gli errori del software, trasformando i glitch algoritmici in dichiarazioni visive e punti focali dell’opera, come evidenziato nella sua serie di NFT Errors. Questa scelta ribadisce il ruolo cruciale dell’idea e della curatela umana nel processo creativo, anche quando il disegno non è manuale.
D’Isa non è solo un creatore, ma anche un teorico e divulgatore attivo sul tema dell’IA e dell’autorialità, dirigendo riviste culturali e pubblicando saggi che analizzano lucidamente la rivoluzione algoritmica in atto, consolidando così una pratica artistica che è simultaneamente produzione estetica, riflessione filosofica e critica culturale.
È vero che ci troviamo davanti a una tecnologia potente, ma i temi filosofici sull’autorialità, sull’imitazione o sul “genio” dell’artista erano già stati messi in discussione da più di un secolo (basti pensare a Marcel Duchamp). Le AI TTI non hanno inventato questa crisi, cambieranno il fare artistico come ogni nuova grande tecnologia, ma non lo rivoluzioneranno, credo.

Abbiamo analizzato un aspetto di cui sicuramente torneremo a parlare, per via della sua incontrovertibile presenza sulla scena contemporanea sotto diversi archi narrativi e non lineari. La media art è, ad oggi, uno degli aspetti che stanno cambiando il modo di guardare le cose sia in senso critico che artistico e noi, artisti e persone del settore, abbiamo la facoltà di osservare, analizzare e approfondire affinché il movimento transmediale che c’è in atto possa vivere e godere di buona stabilità con tutto ciò che lo circonda e da cui deriva.
*Nella copertina dell’articolo un’opera di Francesco D’Isa.
Riferimenti bibliografici
H. Jenkins , Cultura convergente, Apogeo Education, Milano 2014
M. McLuhan, Capire i Media – Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano 2011
Sitografia
S. Cubitt, P. Thomas, Il Nuovo Materialismo nella storia della Media Art (parte 1), in Scenari, Italia 2018 (https://www.mimesis-scenari.it/2018/09/28/il-nuovo-materialismo-nella-storia-della-media-art-parte-1-2/)
P. Laricchia, M. Tarzia, AI? Intervista a Francesco D’Isa, in Magazine uBC Fumetti, Italia 2025 (https://magazineubcfumetti.com/2025/04/02/ai-intervista-a-francesco-disa/)
M. Tarzia, Sunyata – Il primo fumetto italiano realizzato con l’AI, in Magazine uBC Fumetti, Italia 2024 (https://magazineubcfumetti.com/2024/03/18/sunyata-il-primo-fumetto-italiano-realizzato-con-ai/)









Una risposta a “Media e New Media: la ridefinizione della creazione tra piattaforme e algoritmi nella cultura visuale”
[…] creazione tra piattaforme e algoritmi nella cultura visuale, in Cinema d’Oltre, Italia 2025 (https://cinemadoltre.com/2025/10/21/media-e-new-media-la-ridefinizione-della-creazione-tra-piattafor…😉 M. Tarzia, Il rapporto conflittuale tra cinema e social media, in Cinema d’Oltre, Italia […]