Rivista digitale di critica cinematografica

Non ricordo perché nel 2018, quando uscì questo film, non lo vidi in sala. A distanza di anni dalla sua uscita mi rendo conto di quanto importante sia stata questa opera nel contesto dei social media odierni e, soprattutto, nella quotidianità che costantemente viene attraversata dal nostro utilizzo degli smartphone e di dispositivi similari.

Ma andiamo con ordine.
La trama, all’apparenza un classico giallo di scomparsa – o forse meglio definirlo come social thriller -, segue David Kim, un padre rimasto vedovo, nella sua disperata ricerca della figlia sedicenne, Margot, svanita nel nulla dopo essere uscita per un gruppo di studio. Quando le indagini della polizia sembrano arenarsi, David decide di penetrare nel mondo digitale della figlia, accedendo al suo laptop e ai suoi account social per ricostruire i suoi ultimi giorni e scovare qualsiasi indizio. Ciò che scopre è un universo online fatto di chat segrete, profili nascosti e verità taciute, che lo porta a rendersi conto di quanto poco conoscesse realmente la sua stessa figlia, un tema centrale sulla distanza generazionale e sulla complessa identità adolescenziale nell’era dei social network.
Searching, l’esordio alla regia di Aneesh Chaganty del 2018, è un notevole e originale thriller che si distingue per la sua audace scelta stilistica: l’intero film è raccontato attraverso la prospettiva degli schermi dei dispositivi digitali (computer, smartphone, videocamere di sorveglianza), una tecnica nota come “screenlife” o “screencast”. Questa impostazione formale non è un semplice espediente, ma un elemento narrativo e tematico fondamentale che genera un coinvolgimento visivo e psicologico unico nello spettatore.

Searching (2018) – Frame da film

L’uso dello schermo come unica “finestra” sulla realtà è gestito con maestria da Chaganty: il mouse che si muove freneticamente, le finestre che si aprono e si chiudono, le ricerche su Google e i video in streaming non sono solo un mezzo per far progredire l’indagine, ma creano un ritmo serrato e una tensione palpabile. Lo spettatore è costantemente in prima linea, osservando, quasi spiando, il processo di scoperta di David, immedesimandosi nel suo ruolo di detective digitale. L’abilità del film sta nel trasformare elementi quotidiani e banali, come il desktop di un PC o l’interfaccia di un social, in strumenti di suspense e rivelazione emotiva.

Nonostante il suo impianto visivo inusuale, Searching riesce a essere un thriller convenzionale ben strutturato, con colpi di scena ben piazzati che mantengono alta la curiosità fino all’epilogo, anche se alcuni critici hanno rilevato che la meccanica del giallo, una volta superato l’effetto novità della forma, possa risultare a tratti prevedibile. La performance intensa e credibile di John Cho nei panni del padre, che comunica con grande efficacia la sua angoscia e la sua determinazione quasi interamente attraverso espressioni riprese in webcam o videochiamate, è un altro punto di forza.

Searching è un’opera prima convincente e sofisticata che dimostra come i nuovi media non siano solo argomenti di critica sociologica, ma anche strumenti potenti per rinnovare il linguaggio cinematografico, offrendo una riflessione acuta sulle sfide della genitorialità e sulla natura spesso illusoria della conoscenza reciproca nell’epoca iperconnessa.

Searching (2018) – Frame da film

L’evoluzione dei media, sotto diversi aspetti tecnici e formali, ha portato l’arte a confrontarsi con il medium e, soprattutto, con il processo creativo e quello concettuale, rafforzando ancor di più l’idea che ormai, vivere senza l’ausilio di internet, social e strumenti digitali, è pressoché difficile. Un film come questo, rompe il linguaggio del cinema per aprire una fenditura sulle nuove visioni tecniche e concettuali della settima arte, laddove però, lo schermo (visto e inteso come supporto di proiezione) è ancora uno spazio fortificato dove l’immagine si staglia senza se e senza ma.
Chiaramente l’evoluzione dello schermo (sala cinematografica, TV, smartphone e supporti vari) ha cambiato faccia nel corso dell’ultimo secolo, passando da un telone stropicciato a schermi olografici, ma la sua natura primordiale, ovvero quella di “accogliere” le immagini in movimento – di qualsiasi natura esse siano – è rimasto di per sé sempre uguale. La sua natura, appunto, è la luce rivelata da forme in movimento, e rende sostanzialmente inutile una sistemazione organica delle sue qualità (J. H. Lawson, 1966).

In conclusione, per citare Raffaele Meale, che scrive una bella recensione su Quinlan: << A Searching manca la giusta cattiveria, doverosa per chiudere nel migliore dei modi – e anche nel modo più coerente – un’operazione brillante, che gioca con una certa maestria con i dispositivi tecnologici, e il ruolo centrale che svolgono oramai nella vita dei cittadini del mondo occidentale >>.
Dimenticate quindi i movimenti di macchina sofisticati, le inquadrature esteticamente belle o pressoché repentine. In questo film, il movimento sinuoso che ne esce fuori è una fluida percezione mediale di come le immagini in movimento stanno evolvendo senza che neanche ce ne accorgiamo.
Searching è un’apoteosi di incanto digitale.


Riferimenti bibliografici
J. H. Lawson, Teoria e storia del cinema, Editore Laterza, Roma 1966

Sitografia
R. Meale, Searching di Aneesh Chaganty, in Quinlan, Italia 2018 (https://quinlan.it/2018/10/18/searching/)


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