Un autore come Yorgos Lanthimos, oggi, è più unico che raro. La sua visione sul mondo e il suo sguardo sul linguaggio cinematografico sono essenzialmente delle rarità a cui attingere per poter riscoprire un mondo nuovo. La sua estetica è creatrice di neologismi visuali, come icone contemporanee.
Bugonia inizia con un sunto scientifico – unico elemento in tutto il film che abbia una parvenza di veridicità – e ci racconta dell’importanza delle api nel nostro ecosistema. Una lettura odierna sul controllo totale dell’estinzione di questo animale così pregnante per l’essere umano che quasi (anzi, sicuramente) non ci rendiamo conto della grande importanza che hanno su di noi.
Il regista di origine greca cammina su un tappeto narrativo abbastanza semplice, laddove la narratologia assume, però, un fattore predominante nella costruzione autoriale, facendoci “passare” un tema nerd per una visione più da intellettuali. Chiaramente questa è un’attenzione personale dovuta alla grande empatia che mi porto dietro nei confronti dell’arte fumettistica (settore che spesso, dai più ignoranti, viene additata come tale).
Ecco, Lanthimos riesce a parlare di Terrapiattismo e di invasione aliena come se tutto ciò avesse una scientificità assoluta e incontrovertibile. Chiaramente sappiamo che non è così, a meno che non siate dei complottisti da tastiera e/o da vita iperconnessa. Questo fattore è importante e così “vero” nel film, che ci fa tornare in mente l’esperimento radiofonico La guerra dei mondi che nel 1938 Orson Welles tenne alla CBS negli Stati Uniti in cui fece credere a milioni di persone che ci sarebbe stata un’invasione aliena. Ecco, il film di Lanthimos accede alla cultura visuale di questa come di altre analogie che man mano, durante questo scritto, vi farò notare e di cui il film ne è disseminato.

La storia, come accennavo, è abbastanza semplice: due cugini vivono in una fattoria isolata centrando la loro vita sull’apicoltura e intessendo un piano di rapimento nei confronti di una grande manager di un’azienda multinazionale, convinti che una razza superiore si sia impossessata del pianeta Terra e che molti di loro siano già mischiati alle persone comuni.
La riflessione del regista verte chiaramente sulla contemporaneità dei sistemi sensibili della comunicazione di massa e della delicata situazione del nostro ecosistema.
A far girare i meccanismi di questo macchinario visuale ci sono i protagonisti principali che, attraverso la loro audace interpretazione, riescono a mettere in inquadratura una potenza narrativa non indifferente. Da Jesse Plemons che si rende malleabile e credibile nel ruolo di Teddy a Aidan Delbis alias Don, ragazzo alla sua prima esperienza attoriale ma che emerge per la sua pura naturalezza.
Allo stesso modo Michelle Fuller nome del personaggio interpretato da Emma Stone (anche produttrice del film) crea una recitazione straordinaria, mistificatoria e persuasiva ed essendo questo un film molto verboso, le scene prettamente girate negli interni della fattoria sono di una forte intensità emotiva.

Un film questo, che diventa una rappresentazione tangibile di come il medium del cinema si renda finzione allo stato puro, tanto che mi arrogo della facoltà di definirlo come un film di meta-finzione, gestito sapientemente dalla sceneggiatura prima e dalla attorialità dei protagonisti dopo. Questo ci rimanda al gioco delle parti e all’inversione dei ruoli tanto cari a Pirandello.
Ecco, Bugonia è anche una reminiscenza tarkovskiana, non solo per l’omaggio alla famosa scena de Lo Specchio (1975) della donna sospesa in aria (che allo stesso tempo rimanda alla storia dell’arte con il dipinto La punizione della lussuria di Giovanni Segantini del 1891, ma per la corrispondenza visiva di alcune scene e di altri movimenti di macchina.
Del resto, non può passare inosservata la scena del tavolo di quando Teddy salta su per scagliarsi contro Michelle, azione che ci fa tornare in mente la “camminata” di Maya Deren nel suo piccolo film At Land (1944) o – e chiudo con le citazioni -, della “mamma palloncino” che ci richiama la scena di Federico Fellini in 8½ (1963).


Il film di Lanthimos è una cosmogonia di visioni che ci aprono la mente da svariati punti di vista, lasciandoci inermi davanti all’inesorabile (e aperto) finale che richiama all’ordine con una riflessione di come oggi – nel bene o nel male – dobbiamo stare attenti a non disperdere le nostre percezioni sulla condizione umana e animale. Quest’ultima di vitale importanza per la nostra stessa sopravvivenza.
La cinematografia di Yorgos Lanthimos, per usare un termine tedesco molto affascinante, è un kopfkino, ovvero: il cinema nella testa e dei suoi polisemici viaggi mentali.
In conclusione, Bugonia è un remake! Ben fatto, chiaramente, ma pone le sue radici nell’opera sudcoreana del 2003 Jigureul jikyeora! (conosciuto anche come Save the Green Planet!) di Jang Joon-hwan.








