Ci sono film che arrivi a vedere per caso, quasi per inerzia, e che ti lasciano con qualcosa addosso che non sai bene dove mettere. Even (2025) di Giulio Ancora è uno di quelli. Non urla, non si agita, non cerca di impressionarti con trovate visive o torsioni narrative, non cede alla tentazione dell’esibizione.
Otto candidature in concorso ai David di Donatello 2026 tra cui: esordio alla regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, canzone originale e una serie di nomination agli interpreti non capitano per caso. Capitano quando un film ha qualcosa da dire e sa come dirlo.
Sceneggiata da Giulio Ancora con Francesco Pignataro e Stella Milidoni, la storia si sviluppa su due linee temporali che scorrono parallele, ma che comunicano in continuazione.
Da una parte c’è Marisol: uccisa, sepolta dalla burocrazia dell’indifferenza e trasformata in un numero in un archivio polveroso. Un caso irrisolto come tanti. Dall’altra c’è Giulia — ribelle, libera, con quella leggerezza un po’ incosciente di chi non ha ancora capito quanto possa fare male il mondo, fino a quando il mondo stesso non glielo dimostra. Una violenza subita la costringe a fare i conti con sé stessa, con le proprie fragilità e, paradossalmente, la porta a scoprire di avere qualcosa da offrire agli altri proprio nel momento in cui si sente più vuota.
Even ha il coraggio di non mostrarla come evento spettacolare, come climax narrativo da cui costruire la storia. La violenza sulle donne in questa narrazione è qualcosa che esiste prima, durante, e che il film sa benissimo continuerà ad esistere dopo i titoli di coda.
L’autore non indugia, non estetizza. Sceglie invece di raccontare quello che viene dopo: il silenzio, la vergogna che qualcuno è convinto essere sua, la fatica di rimettere insieme i pezzi di una vita che qualcun altro ha deciso di rompere. È proprio in questa scelta di campo che il film si esalta, perché raccontare le conseguenze è più onesto e più coraggioso che raccontare il fatto. Il fatto dura un momento, le conseguenze durano una vita.
Qui si innesta il secondo grande tema del film, quello che brucia di più: il senso di giustizia. O, meglio, la sua assenza. Marisol è morta anni prima, il suo caso è irrisolto e nessuno ha ancora pagato. Attraverso il monologo di Pietro, il regista riesce a trasmettere con precisione quasi chirurgica un’idea inquietante: che tale situazione rischi di non rappresentare affatto un’eccezione. È il funzionamento ordinario di un sistema che troppo spesso archivia, dimentica, rallenta fino a fermarsi. Pietro, il padre di Marisol – interpretato da un Massimo Bonetti di straordinaria misura -, è la personificazione di questa ferita aperta. Non è arrabbiato in modo convenzionale, non fa discorsi, non alza la voce. Ha solo quella crepa negli occhi e nel cuore di chi ha aspettato troppo a lungo e nel frattempo ha capito che aspettare non serve. Ha smesso di credere nelle istituzioni, ma non per cinismo, per esperienza.
Questa sfiducia è forse la cosa più potente dell’intero film. Perché non fa un’accusa con il dito puntato, ma con la presenza e con il fatto di essere ancora lì, a fare quello che lo Stato non ha fatto; nel centro antiviolenza che lui e sua moglie hanno costruito sulle macerie di un dolore che nessuno ha voluto davvero risolvere.
Al suo fianco, Simona Cavallari costruisce Adele, una donna forte che ha trasformato il lutto in impegno senza dimenticare per un solo momento di averlo vissuto.
In quest’ottica, il centro antiviolenza diventa uno spazio fatto di angoli scomodi, routine faticose e della sua umanità imperfetta. È il posto dove Giulia arriva quasi per caso e dove capisce, lentamente, che ricevere aiuto e dare aiuto sono due facce della stessa medaglia, dove la solidarietà è una scelta quotidiana, silenziosa, spesso invisibile.
Intorno a questo nucleo narrativo, un cast di spessore — Federica Pagliaroli, Marco Cocci, Romina Mondello, la debuttante Martina Chiappetta nei panni di Marisol, la sempre magnetica Serra Yilmaz e un Ernesto Mahieux che anche in pochissime scene riesce a lasciare il segno come solo i grandi sanno fare — serve il film con una naturalezza disarmante. Nessuno recita. Tutti abitano.
Menzione d’onore per le atmosfere della Sila. I boschi innevati, il bianco, un silenzio che non è pace ma si fa memoria. Giulio Ancora e il direttore della fotografia Giovanni Mammolotti trasformano il paesaggio calabrese in qualcosa di più di una location: uno stato d’animo, testimone muto di tutto quello che succede e che non viene detto. La neve che copre, che disarma, che conserva — esattamente come certi casi giudiziari che rimangono sotto la superficie per decenni senza che nessuno abbia davvero voglia di scavare.
Una nota importante, infine, arriva dal comparto sonoro dove Giulio Ancora firma la canzone originale del film, dal titolo Going to Sea. Un esordio totale, nel senso più pieno del termine. Non il debutto, quindi, prudente di chi vuole fare bella figura e non rischiare; ma il tuffo a capofitto di qualcuno che aveva qualcosa da dire e ha trovato il modo di dirlo tutto insieme, tutto in una volta.
Potente senza essere pesante. Commovente senza essere sentimentale. Civile senza essere predicatorio. Un film che parla di violenza senza compiacersi.
Even è quel tipo di film che vorresti che il cinema italiano facesse più spesso.
Even
(Italia, 2025)
Regia: Giulio Ancora • Sceneggiatura: Giulio Ancora, Francesco Pignataro • Produzione: Barbara Chiappetta, Ottavio Chiappetta • Musiche: Alessandro Mazzotta • Montaggio: Giulio Ancora • Fotografia: Giovanni Mammolotti • Scenografia: Alessandro Marsella, Laura Stancanelli • Costumi: Agostino Varchi • Interpreti: Federica Pagliaroli, Marco Cocci, Simona Cavallari, Romina Mondello, Massimo Bonetti, Martina Chiappetta • Durata: 97′ • Scheda film: IMDb
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