“Voglio anch’io” un film di Aleksej Balabanov

C’è un cinema che non cerca di spiegare, ma di evocare e Voglio anch’io (Я тоже хочу, 2012) di Aleksej Balabanov appartiene con decisione a questa dimensione. Più che un racconto, il film è un attraversamento geografico, umano, spirituale. La Russia che vi appare non è tanto un luogo quanto uno stato dell’anima, una distesa rarefatta in cui i personaggi si muovono come figure già in bilico tra presenza e sparizione.

Balabanov costruisce un viaggio che ha la forma di una parabola ma rifiuta la sua funzione morale. Un gruppo eterogeneo — un bandito, un musicista, una giovane donna, un uomo segnato dalla malattia — si dirige verso la mitica “Campana della Felicità”, promessa di una selezione misteriosa e definitiva. Ma ciò che conta non è la meta, quanto il movimento stesso, la tensione verso qualcosa che non si lascia mai davvero afferrare. Il regista sottrae continuamente significato laddove lo spettatore si aspetterebbe di trovarlo, lasciando emergere un vuoto che non è assenza, ma spazio aperto alla proiezione.
La metà e la zona (quasi) indefinita che aleggia nel film ci fa subito tornare in mente quella famosa “Zona” che Andrej Tarkovskij definisce nel suo film Stalker (1979), pellicola seminale nella storia del cinema sovietico, ma non solo chiaramente.

Voglio anch’io (2012) – Frame da film

Lo stile di Voglio anch’io è ridotto all’essenziale. I dialoghi sono scabri, spesso ellittici, e sembrano consumarsi nell’aria gelida dei paesaggi industriali e naturali che si alternano senza soluzione di continuità. L’inquadratura insiste su corpi e volti come se volesse registrarne la progressiva rarefazione, mentre il tempo narrativo si dilata fino a diventare esperienza percettiva più che successione di eventi. In questa economia espressiva, ogni gesto acquista un peso specifico, ogni silenzio diventa un campo di risonanza.

È impossibile non leggere il film anche come una riflessione terminale, quasi un congedo. La presenza dello stesso Balabanov all’interno dell’opera introduce una frattura sottile tra autore e creazione, tra chi guarda e chi è guardato. Non c’è compiacimento né autocommiserazione, piuttosto un confronto diretto con l’idea di fine, restituita senza retorica. La “Campana” non è tanto un simbolo da decifrare quanto una soglia, e come tutte le soglie non offre garanzie: seleziona, esclude, resta muta.

Nel panorama del cinema contemporaneo, sempre più incline alla spiegazione e alla saturazione del senso, questo film si impone come un oggetto anomalo e necessario. Balabanov non accompagna lo spettatore, lo abbandona deliberatamente in uno spazio di incertezza, chiedendogli di sostare nell’indefinito. È un gesto radicale, che può respingere o affascinare, ma che difficilmente lascia indifferenti.

Voglio anch’io (2012) – Frame da film

Voglio anch’io si chiude così come si è aperto: senza offrire risposte, ma intensificando la domanda. Che cosa significa essere scelti? E soprattutto, che cosa resta di chi non lo è? In questa sospensione, che è al tempo stesso ferita e possibilità, si consuma l’ultimo sguardo di Balabanov, asciutto e implacabile, capace di trasformare il viaggio in un’esperienza liminale, dove il cinema smette di rappresentare e comincia, semplicemente, a esistere.

Il film venne presentato alla 69ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti, e fu l’ultima regia per Aleksej Balabanov. Morirà un anno dopo rafforzando ancor di più il senso spirituale e lungimirante di questa storia.

Il film può essere visionato qui.

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