In questo mese di Novembre vi portiamo a spasso nel tempo, in quegli anni ’60 pieni di fermento culturale. Per la rubrica Schermi vi presentiamo Black TV di Aldo Tambellini, un’opera video che si inserisce a pieno ritmo nelle contestazioni politico-sociali del 1968.
Immaginare la scena artistica americana della fine degli anni ’60 significa immergersi nelle note dei Velvet Underground di brani iconici come Heroin o Venus in Furs, in una dimensione assoluta di sperimentazione e perdizione artistica. A quasi sessant’anni dal 1968, quel momento storico fondamentale continua a rivelarsi come un punto di svolta: un anno dirompente che ha sancito l’inizio di un modo di pensare “differente”, da cui sono fioriti molteplici contesti sociali, politici, culturali e umani. Una rivoluzione che ha decretato anche una profonda rinascita artistica, culminata quando la sperimentazione delle immagini in movimento ha preso “vita” attraverso un comune monitor TV, offrendo una “nuova visione” nell’uso e nella fruizione delle immagini.
Fu proprio nel ’68 che Nam June Paik, con la celebre mostra Electronic Art a New York, aprì le porte a un linguaggio fino a quel momento inesplorato: la videoarte.
In questa cornice si inserisce la presentazione dell’opera Black TV di Aldo Tambellini.
La video installazione si pone come una vera e propria fenditura nel panorama dello sperimentalismo di quegli anni: un’installazione video complessa che spazia tra videoarte, video-installazione, cinema di ricerca e astrattismo filmico puro.
La selezione di questo lavoro si inserisce in un percorso focalizzato su quegli autori che hanno saputo re-inventare i sistemi di diffusione e fruizione video. Accanto a Tambellini, l’omaggio complessivo ripercorre la ricerca di quattro figure chiave dello sperimentalismo dell’epoca: Piero Bargellini, Umberto Bignardi, Marcello Piccardo e – appunto – lo stesso Tambellini.
“One day, Aldo’s Black TV will be considered a classic”
— Nam June Paik, 1969
Buona visione!

