Non è sicuramente facile esordire nel panorama del cinema indipendente italiano.
Con Poi ti chiederò perdono (2026), opera prima firmata, scritta e co-prodotta da Stefano Litschen, ci si trova davanti a un progetto interessante, un’opera che affronta temi complessi come la dipendenza dal gioco, la piaga dell’usura e dinamiche di potere all’interno del crimine organizzato, intrecciandoli al percorso intimo e morale del protagonista.
Ciò che colpisce fin dalle prime battute è la cura riposta nel comparto estetico e nella messa in scena. La regia di Litschen dimostra una piacevole maturità nell’uso degli spazi e nel ritmo visivo.
Il film si spacca nettamente in due blocchi: la prima parte, immersa nella natura fredda e silenziosa degli Appennini, usa il bosco invernale come un vero e proprio specchio dell’anima del protagonista Michele. La macchina da presa si muove con respiro quasi contemplativo tra la vegetazione, regalando inquadrature di forte impatto emotivo e simbolico.
Il merito va indubbiamente condiviso con la direzione della fotografia di Leonardo Pallenberg, capace di valorizzare la palette naturale dei paesaggi montani nella prima parte, per poi passare, nella seconda metà ambientata nella villa di Jenner, a un contrasto cromatico netto dominato da colori primari e ombre avvolgenti.
Questo cambio di atmosfere restituisce appieno il senso di soffocamento e manipolazione psicologica vissuto da Michele.
Se sul piano formale e tecnico il film funziona e dimostra una direzione chiara, è nella scrittura dei dialoghi che si avverte maggiormente l’inesperienza dell’opera prima. In diversi passaggi, le battute di dialogo risultano un po’ troppo rigide, didascaliche o forzate, togliendo un pizzico di naturalezza agli scambi tra i personaggi, oltre a qualche sbavatura in tutto il comparto sonoro, dove la presa diretta è a tratti poco nitida.
Trattandosi di un cast composto in prevalenza da attori non professionisti — scelti dal regista per la loro affinità personale con i ruoli — l’uso di dialoghi talvolta troppo scritti crea qualche momento di incertezza nella recitazione. Laddove il film affida la narrazione agli sguardi, ai silenzi e alla colonna sonora (curata dallo stesso Litschen con Sabino Schingaro e Fabrizio Rutigliani), la tensione emerge con forza; quando invece si affida alla parola parlata, rischia di cadere in alcune banalità narrative.
Al netto di qualche ingenuità nella sceneggiatura e, come detto, nella discontinuità del sonoro, Poi ti chiederò perdono resta un’opera prima indipendente di notevole valore visivo.
Stefano Litschen dimostra di possedere uno sguardo registico personale e un’ottima sensibilità figurativa, supportata da una fotografia ispirata. Un esordio imperfetto, ma sincero e solido, che fa intravedere il talento del giovane regista e la vitalità di un mondo, quello del cinema indipendente, che si dimostra efficace quando sa lavorare sulle atmosfere e sulle immagini.
Poi ti chiederò perdono
(Italia, 2026)
Regia: Stefano Litschen • Sceneggiatura: Stefano Litschen • Produzione: Stefano Litschen, Stefania Praticò • Musiche: Fabrizio Rutigliani, Sabino Schingaro, Stefano Litschen • Suono: Sabino Schingaro • Fotografia: Leonardo Pallenberg • Montaggio: Leonardo Pallenberg • Scenografia: Silvia Costa • Costumi: Silvia Costa • Interpreti: Andrea Scognamiglio, Giulia Bertoldi, Elisa Tamantini, Carlo Ferrua, Diego Fiume • Durata: 82′ • Scheda film: IMDb
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