2001: Odissea nello spazio (1968) è un film in cui l’astrattismo del concetto permea il significato congruo rendendolo incongruo. È un film in cui l’inquietudine assume livelli monumentali, un film da vedere se si è felici di essere stuprati intellettualmente e se si ha voglia di leggere recensioni incomprensibili come questa (dizionario Morandini docet).
Esci dalla sala (solo se sei nato negli anni ’50 o giù di lì ovviamente, altrimenti trovi altri modi perché devi assolutamente vederlo) e pensi: «è un capolavoro», ma non sai bene perché. Anche se sei alla quarta o alla quinta visione sei ancora stordito dai colori e dalla musica e non ti viene nessun’altra parola in mente se non «visionario».
Alla prima del film, un attore dell’epoca, tale Rock Hudson, a proiezione finita si alzò in piedi e disse a gran voce: «C’è qualcuno in sala che sappia spiegarmi qualcosa?».
Il responsabile di tutto, un geniaccio di nome Stanley Kubrick, gli rispose idealmente in un suo celebre aforisma sulla pellicola: «Se qualcuno ha capito qualcosa, ciò significa che io ho sbagliato tutto». Ironico, certo, ma non troppo.
Questo perché sono convinto sia inutile scervellarsi sui significati scena per scena, farsi sanguinare le tempie appresso al monolito nero (che non è un simbolo fallico); perdere il sonno interrogandosi sul viaggio cosmico multicolore dell’astronauta sopravvissuto al mega-computer, morto e poi rinato come feto stellare (che non è una allucinazione da droghe!).
Paradossalmente, affaticarsi a trovare un senso a questo spettacolo per la vista e la mente, porta alla formulazione delle più semplici e banali conclusioni che vanno evitate con la massima cura: quello è un messaggio subliminale, quello è un incitamento alle droghe tipicamente sessantottino, quello è chiaramente un sintomo di omosessualità latente…
Sinceramente di queste teorie da filosofi, psicologi, malati di sesso e professori di simbologia stile Robert Langdon ne abbiamo piene le censure. Non perché – non mi si fraintenda – un senso questo capolavoro non ce l’ha, ma perché, si diceva, talvolta l’ossessione per la ricerca del significato rovina ogni cosa. Anche le riflessioni stesse di ogni singolo spettatore – il quale magari si fa il suo ragionamento personale e dev’essere deriso dall’amico che cita la farina di un sacco che non è mai stato il suo, proponendo, ad esempio, il parere del solito intellettuale parruccone.
Perciò lascio a voi le elucubrazioni mentali a cui naturalmente spinge la visione di un masterpiece di tali proporzioni, e mi limito a notare gli aspetti più interessanti della sfera empirica.
In primis, ma potremmo anche chiudere qua, un solo nome: Stan.
Vogliamo anche discutere su chi sia l’unico “imputato” degno di eterna gloria? Sì, d’accordo, ispirato dal romanzo di Arthur C. Clarke La sentinella (Mondadori, 1969). D’accordo anche sugli effetti speciali perfetti e stupefacenti per l’epoca, come anche il doppiaggio della versione nostrana, soprattutto del computer HAL 9000 che Kubrick stesso definì eccezionale (ad opera del palermitano Gianfranco Bellini). Ma è il suo lavoro quello che resta comunque il più rimarchevole fuor d’ogni dubbio.
Il miglior regista di ogni tempo, a detta dei più perché ogni suo film è considerato una pietra miliare, si dice che si chiuse nella sua villa nelle campagne inglesi a rimontare, tagliare e mettere a punto il suo film più “carico” in assoluto per due mesi pieni. Solo a vederne il risultato si può avere piena soddisfazione e tributargli un applauso lungo un’eternità.
Le inquadrature, la tecnica di ripresa, le invenzioni stilistiche, ma soprattutto l’essere stato il precursore delle stesse è il suo merito maggiore, perché Kubrick, volendo fare un paragone musicale, è il Miles Davis della pellicola: un artista che può dire di aver cambiato il linguaggio della sua area di competenza.
Che l’unico e solo protagonista sia lui si capisce non solo dai dettagli che fanno la grande regia nonché – di conseguenza – il grande film, ma anche dagli aspetti più evidenti. Fateci caso: qualcuno ricorda la composizione del cast? Mi rendo conto che in una prima analisi superficiale di chi non ha ancora visto il film potrebbe sembrare un aspetto negativo, ma bisogna leggere tra le righe della mia provocazione. Gli attori del cast non sono ricordati da nessuno non perché non siano stati all’altezza (tutt’altro) ma per due motivi principali: il primo è che non sono delle celeberrime star del cinema conosciute da chiunque (i cinefili patiti dei film in bianco e nero come mia madre probabilmente inorridirebbero a questa mia affermazione e li comprendo, ma non mi si dica che sono l’unico a non aver mai sentito nominare prima di averli letti nei titoli i vari Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester e così via). Il secondo motivo è sempre lui. Ci colpano ancora le scelte del mago dei 35 millimetri, che oscura, mai eclissi fu più luminosa, volti e movimenti dei suoi characters con le note del Danubio blu e di Zarathustra degli omonimi Johann e Richard Strauss, con un osso che vola per aria e diventa astronave, con un computer umano più di certe persone che, defraudato della sua super-intelligenza, canta una filastrocca prima di spirare definitivamente.
A proposito, tanto pourparler, UN Oscar 1969, tra l’altro secondario. Che non si rigiri nella tomba il povero Stanley. It’s just politics.
Sitografia
B. Higging, Hollywood Flashback: In 1968, ‘2001: A Space Odyssey’ Confounded Critics, in The Hollywood Reporter, USA 2018
(https://www.hollywoodreporter.com/movies/movie-news/hollywood-flashba ck-1968-2001-a-space-odyssey-confounded-critics-1109385/)
2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey)
(Regno Unito, USA, 1968)
Regia: Stanley Kubrick • Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Arthur C. Clarke • Produzione: Stanley Kubrick • Musiche: György Ligeti, Johann Strauss, Richard Strauss, Aram Khachaturyan • Suono: H.L. Bird • Fotografia: Geoffrey Unsworth • Montaggio: Ray Lovejoy • Scenografia: Ernest Archer, Harry Lange, Anthony Masters • Costumi: Sir Hardy Amies • Effetti speciali: Tom Howard • Effetti visivi: Douglas Trumbull, Wally Veevers • Interpreti: Bill Weston, Keir Dullea, Gary Lockwood, Leonard Rossiter, Daniel Richter • Durata: 149′ • Scheda film: IMDb
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