Con Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte (2026), Jane Schoenbrun firma una nuova tappa del proprio percorso teorico e formale attorno al corpo, all’identità trans/queer e alla memoria filmica. L’opera sceglie di situarsi dentro le pieghe più vischiose dello slasher classico, trasformando il mito del “killer del campeggio” in un laboratorio di desideri inespressi e di mitologie ossessive.
La regia di Schoenbrun non cerca la nostalgia, bensì la dissezione. Il racconto della giovane regista Kris (Hannah Einbinder) ingaggiata per resuscitare una saga B-movie, Camp Miasma – appunto – stancamente ripiegata su se stessa diventa l’occasione per incontrare l’ex final girl Billy (Gillian Anderson), ormai custode solitaria dell’ex set trasformato in santuario. La macchina da presa lavora sui bagliori caldi dell’estate passata e sulle ombre umide del lago Miasma, registrando la densità tattile di una finzione che sbroglia e riavvolge i corpi. Le due interpretazioni femminili sono di grande impatto visivo e rompono qualsivoglia retorica sul genere horror a cui siamo stati abituati.
Ciò che emerge con più chiarezza è l’idea che l’horror contemporaneo non debba più accontentarsi della sovversione ironica né del semplice meta-spettacolo. In questo film la novità del genere risiede nella capacità di fare del sesso e della mostruosità non più delle colpe da punire, come imponeva il rigido codice slasher anni Ottanta, ma delle forme di liberazione e di autocoscienza. Il mostro Little Death — figura ambigua vissuta nell’interzona del genere — smette di rappresentare la solita devianza punitiva per farsi specchio, catalizzatore e oggetto di attrazione proibita. Sarà proprio su di esso che il miasma – letteralmente “contaminazione” (dal grego míasma) diffonderà questa sorta di malattia collettiva. Del resto, il meta-cinema non è altro che contaminazione di generi, di sovrapposizioni filmiche, di interscambi tecnici e, in tal senso, questo Camp diventa lo snodo per cui la regista riesce a decostruire il classicismo per renderlo neologismo visivo.
Ecco come nasce la forma del desiderio. Come un atto dovuto nei confronti del cinema stesso e della personalità queer dell’autrice.
Questo desiderio in Camp Miasma non diventa pacificato né consolatorio; è un impulso inquietante che spinge la protagonista a smontare la propria realtà affettiva per farsi risucchiare dentro la finzione. L’incontro tra il corpo giovanile di Kris e la presenza magnetica ma spettrale di Billy mette in scena un cortocircuito generazionale in cui la pulsione scopica del cinefilo si fonde con la ricerca della propria forma identitaria. La recitazione mai sopra le righe ma costante nella tensione psicologica porta il film verso territori dove la finzione horror sfuma in un’ossessione romantica quasi morbosa.
Pur concedendo qualche passaggio fin troppo concettuale in cui il dialogo esplicita troppo da vicino le teorie del film sul genere e sul cinema, la visione d’insieme resta solida. Schoenbrunn costruisce un’opera lirica, sanguinosa e profondamente sincera, capace di dimostrare come l’horror sappia ancora reinventarsi senza rinnegare le proprie radici, trovando nella carne e nella memoria visiva i luoghi privilegiati dove riscoprire il senso del desiderare.
L’architettura narrativa del film corre fluida e rigorosa per quasi tutta la sua durata, mantenendo un equilibrio impeccabile tra la spinta del genere e la sua decostruzione intima. È tuttavia nel finale che la scrittura di Schoenbrun mostra qualche momento di incertezza, scivolando in un’eccessiva necessità di esplicitare i propri presupposti concettuali. Laddove l’immagine aveva già detto tutto attraverso la grana spessa della pellicola e la saturazione dei corpi, il film si spinge poco oltre quella barriera di sbarramento che rischia di far storcere il naso, affidandosi a brevi “spiegoni visivi” che appesantiscono la resa complessiva.
La sequenza del letto, con la sua magistrale costruzione della tensione, la sua carica psicologica e il suo pathos sospeso tra la resa e la trasformazione, rappresentava il punto di approdo ideale: il momento perfetto in cui staccare sul nero e tagliare la scena, lasciando che fosse il silenzio del pubblico a completare il corto circuito tra spettatore e finzione.
Se l’autrice avesse avuto il coraggio di arrestare la macchina da presa proprio su quella dissolvenza sospesa, Camp Miasma non solo avrebbe salvato la sua natura sfuggente, ma avrebbe consegnato al genere un finale ancora più devastante e poetico.
In definitiva, Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte è un film, come dice la stessa Billy, che è fatto di «flesh and fluids». E tale deve rimanere.
Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte (Teenage Sex and Death at Camp Miasma)
(Canada, Regno Unito, USA, 2026)
Regia: Jane Schoenbrun • Sceneggiatura: Jane Schoenbrun • Produzione: Dede Gardner, Jeremy Kleiner • Musiche: Alex G • Suono: Tim Korn, John Moros • Fotografia: Eric Yue • Montaggio: Graham Mason • Scenografia: Matt Hyland, Brandon Tonner-Connolly • Costumi: Kendra Terpenning • Effetti speciali: Yongjae Hong • Effetti visivi: Bruno L. Cury, Mike Wearing • Interpreti: Hannah Einbinder, Jack Haven, Jasmin Savoy Brown, Gillian Anderson, Aren Buchholz • Durata: 112′ • Scheda film: IMDb
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