Netflix? Prime Video? Disney? No, grazie. RaiPlay!
Ebbene, se ancora non avete esplorato il grande contenitore della Rai sul web, ovvero quello sopra citato, correte subito al riparo, perché all’interno del loro catalogo troverete delle piccole perle preziose. Dai film politici di J.-L. Godard per arrivare alla filmografia sociale e proletaria di Ken Loach. Nel mezzo troverete altre belle cose, da guardare a pieno coinvolgimento o, semplicemente, per passarvi qualche ora.
È il caso di Still Life (2013) di Uberto Pasolini che ho scovato per puro caso e di cui me ne sono innamorato. Un’opera che si fa grande attraverso l’umanità del suo stesso protagonista.
Chiariamolo subito: no, Uberto Pasolini non è parente di Pier Paolo Pasolini, neanche lontanamente. Esso è, invece, il nipote del regista Luchino Visconti e discendente della dinastia dei Pasolini dall’Onda. La sua discendenza è legata alla famiglia Visconti, non a quella del poeta e cineasta romano. Spiegato questo, inoltriamoci nell’opera in questione.
Chi si occupa delle persone morte senza famiglia?
A Londra, ogni comune ha un funzionario pubblico che si incarica di prendersi cura delle persone che muoiono in solitudine, cercando di rintracciare eventuali parenti e di organizzare funerale e sepoltura.
Un lavoro che cammina di pari passo con l’umanità forsennata che – come in questo caso – forgia il protagonista John May, che scarno della sua vita sociale decide di dedicarsi interamente al lavoro e alla ricercatezze dell’altruismo. Rara propensione morale di questi tempi.

May quindi, non solo esplora gli animi e le anime delle persone e famiglie “scomparse” ma ne costruisce anche il funerale, laddove il termine costruire si intende come atto di raccoglimento e pratiche burocratiche da gestire affinché il tutto venga fatto senza troppo utilizzo dei fondi pubblici. Ogni persona morta, ogni veglia, ogni preghiera è un susseguirsi di solitudine, vista la mancanza di parenti che assistono ai funerali dei propri defunti fino a che qualcosa non cambia e il registro del film assume – chiaramente – un aspetto leggermente più dinamico.
Entrano in scena diversi personaggi che, insieme a May (interpretato in maniera calzante da Eddie Marsan) attivano una serie di percorsi emotivi che porteranno a costruire un finale originale ed emotivo.
Still Life emerge per la sua sublime semplicità, ove l’accuratezza del linguaggio visivo va a confrontarsi con quello verbale. Le poche parole, accostate ai pochi movimenti di macchina, rendono così puro questo film da renderlo perdutamente interessante.
Il titolo stesso ci aiuta a capire il senso e la forma dell’opera di Pasolini, dove Still Life viene normalmente tradotto “natura morta”, ma in inglese significa anche “ancora in vita”.
Ed è stato questo spunto che ha portato il regista a confrontarsi nella dicotomia tra morte e vita, tra sospensione e scomparsa.
Concetti di per sé semplici ma che hanno nella loro etimologia delle profondità che ognuno di noi potrebbe ricercare e con cui sicuramente, in un modo o nell’altro, dovrà confrontarsi. Nessuno escluso!
Diventa, allo stesso tempo, un film che si nutre di ricordi (collettivi e individuali) e restituisce una memoria futura, ma non come un amarcord, bensì come un grande atto di umanità condivisa.
La propensione di John May sta nel presente quanto nelle fotografie che gelosamente raccoglie e custodisce nel suo “album di famiglia”. Ecco, questi dettagli, questo romanticismo plasmato alla coralità, rendono tutto ciò come un perfetto connubio di sentimento e nostalgia.
Still Life è un film sul silenzio inteso come rafforzamento dell’animo, dove la morte, la vita, il lavoro e gli amori quotidiani possono essere visti con occhi differenti da quello con cui solitamente li guardiamo.

Sitografia
A. Silenzi, Still Life – La dignità della vita, in LaRepubblicaXL, Italia 2013 (https://xl.repubblica.it/articoli/still-life-la-dignita-della-vita/7816/)








