Bisogna avere la consapevolezza del fatto che essere donna in un paese come l’Afghanistan non è di certo la cosa più ovvia di questo mondo. Di per sé lo è già complesso in un paese occidentale dove i diritti umani sono, oggigiorno, più rispettati (forse!), figuriamoci se dovessimo immaginare una donna al potere nei paesi mediorientali. Utopia.
Ma attenzione, mai sottovalutare la grinta di una donna…
Ebbene, quest’oggi vi parlo di In Her Hands un documentario che racconta le gesta di Zarifa Ghafari, donna, attivista, imprenditrice e, soprattutto, sindaca di Maidanshahr, città capoluogo della provincia di Maidan Wardak, poco distante da Kabul.
Avete sentito bene: Sindaca.
L’utopia è stata spezzata come un incantesimo che perdura da millenni. Come una buona novella con il suo lieto fine.
L’impresa di Ghafari (al momento in cui esce questo articolo ex-sindaca, ma poco importa) è a dir poco sorprendente, ma passatemi una piccola riflessione: ci entusiasmiamo molto quando sentiamo notizie del genere, quando una donna riesce ad emergere in un mondo ancora maschilista e parlarne, parlarne, come evento unico.
Ma vi dirò… queste situazioni non dovrebbero stupirci, né tanto meno farci gridare alla gioia perché, alla fine dei giochi, significa che tutti noi acconsentiamo a questa diversità.

Ciò che voglio dire è che un evento del genere, in cui una donna passa alla ribalta per motivi professionali (ma non solo) non dovrebbe essere un’eccezione, bensì una normalità! Nulla da acclamare, nulla da ridire. Semplicemente pari diritti in toto su lavoro, reddito, e qualsiasi altra cosa che l’uomo e/o la società civile ha impartito.
Qualcuno potrebbe obiettare a questa mia digressione, affermando che sono cose ovvie e fors’anche banali. Ma sappiamo che in fondo non è così, perché se ne stiamo ancora parlando, dei problemi – purtroppo – ci sono.
Il film di Marcel Mettelsiefen e Tamana Ayazi cammina in direzione ostinata e consapevole della pericolosità a cui vanno incontro i “protagonisti” della storia.
Il documentario come forma di narrazione è affascinante di suo, senza ulteriori influenze né tecniche speciali. Anzi, diventa migliore quando si lascia ampio spazio alla realtà, non scrivendo ma semplicemente filmando.
Ecco, i due autori hanno filmato per parecchio tempo, senza lasciarsi sopraffare dalla difficoltà o dalle impervie vicissitudini dei Talebani, sempre presenti nella città di Kabul e non solo, fino al momento in cui ne prenderanno in controllo amministrativo, e politico-militare.

Come scrivevo in questo articolo Cinema di confine tra documento e documentario, abbiamo una sostanziale differenza nel modo di raccontare attraverso il mezzo del cinema. In Her Hands diventa così un documento che, se presentato in un momento specifico, potrebbe diventare un prova giudiziaria a tutti gli effetti. Un atto di giustizia quindi, utile a far vedere al mondo ciò che il popolo afghano, e nondimeno Zarifa Ghafari, hanno vissuto sulla propria pelle nella voglia di ricostruire un paese in pieno sfacelo.
Poco ci importa della qualità tecnica del film o del documentario. Qui, l’unico aspetto che conta è la storia che si racconta e che si deve tramandare, un po’ come quelle storie delle tradizioni culturali. Non solo per far conoscere le condizioni in cui i popoli vivono oppressi da tiranni, ma nella speranza che l’attivismo e la forza di questa donna possano diventare un monito più che farla diventare una martire.
La narrazione si concentra sulla determinazione di Ghafari nel promuovere l’istruzione e i diritti delle donne in una società profondamente patriarcale. Nonostante le minacce di morte e gli attentati, continua il suo impegno fino alla caduta di Kabul, evento che la costringe a rifugiarsi temporaneamente in Germania.
Il documentario mette in luce non solo la sua resilienza, ma anche le complesse dinamiche familiari e sociali che influenzano la sua missione.

Negli anni del suo mandato come sindaca, Zarifa ha vissuto ogni momento con la paura di poter essere uccisa, con la morte sempre a fianco. Basti questo per capire quanta sofferenza ci possa essere nell’affrontare tali rivoluzioni.
Come scrive Priscilla Piazza su Cinematographe riguardo il film in questione […] << è pur sempre un tassello di cui si ha bisogno, un’opera che di certo fa il suo lavoro >>.
In Her Hands è un documentario che offre una testimonianza potente sulla condizione delle donne in Afghanistan e sulla lotta per i diritti umani in situazioni di estrema avversità.
Zarifa Ghafari è stata Sindaca dal 2019 al 2021, pochi ma importanti anni per instillare nelle nuove generazioni una speranza per un futuro migliore, con la lungimiranza di lottare e resistere in un contesto sociale degradato, patriarcale e indubbiamente difficile da vivere.
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Sitografia
P. Piazza, In Her Hands: recensione del documentario Netflix, in Cinematographe, 2022 (https://www.cinematographe.it/recensioni/in-her-hands-recensione-documentario-netflix/)








